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Discussione: [Deus ex Machina GDR] Story

  1. #51
    L'avatar di mary24781
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story

    "Ti saresti dovuta lanciare nel vuoto, avresti risparmiato sofferenze a molte persone... Fiat iustitia et pereat mundus... pur di imporre la giustizia può anche perire il mondo... è il motto della mia casa. Non c'è niente di nobile nello strisciare ai piedi di Tywin Leithien per tutta la vita, non c'è niente di sensato a non impegnare la propria esistenza nel cambiare ciò che non reputiamo giusto. Non sei l'unica ad aver avuto un'infanzia tragica... solo che io ho reagito diversamente. Metterò a ferro e fuoco tutta Dohaeris pur di vedere di nuovo trionfare la giustizia, pur di seppellire i miei nemici e ubriacarmi di vino sulle loro tombe. Nonostante tutto quello che hai passato, la tua scelta resta inconcepibile" tuona il capo dei ribelli, con il fuoco della rivoluzione che arde negli occhi.


    Lumen lo guarda senza capire, le sue parole suonano così piene d'utopia. Anime lontane, opposte le loro. "La tua scelta potrebbe portarti ad una morte anche più prematura della mia" replica indispettita, guardandolo con sospetto.


    "Sarò felice di morire anche domani, come tra 200 anni... sarò felice perchè ho vissuto come volevo io. Perchè ho scelto di vivere e non sopravvivere, perchè ho scelto di seguire il mio desiderio... molti condannerebbero la mia sete di sangue e vendetta, ma è quello che voglio, è ciò che sono e mai ne avrò rimpianto o rimorso. Mi fai pena, Lumen... tu e tutti quelli come te. Tutto sommato, non rimpiango nemmeno l'averti conosciuta: almeno ora, so cosa non è l'amore, apprezzo il valore di chi mi circonda e riconosco cosa è genuino e cosa non lo è. Come esempio negativo, hai fatto il tuo dovere" le dice lui con un sarcasmo che sembra venire dal cuore. Non è dato sapere se i due giovani si incontreranno ancora, i piani degli dei sono misteriosi ed oscuri, ma certo è che quello che si è consumato è stato un addio con il sapore di una guerra.


    La guerra tra la vita e la sopravvivenza, tra il coraggio e la viltà, tra le ali di un uccello in gabbia che continuano a sbattere per cercare di spiccare un volo che non è capace di gestire. Tra la disperazione di un uccello che riesce a ribaltare la sua gabbia e farla cadere, così da trovare un passaggio e fuggire via lontano, nel cielo azzurro sgombro di nuvole.

    Un grazie speciale ad Eclisse84 per il fondamentale aiuto per le foto!

  2. #52
    GdR Master L'avatar di Eclisse84
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story

    Il Rosso ed il Nero

    Anno DVI
    III mese della neve
    III Giorno di Mercurio


    Quel giorno il popolo di Dohaeris si risveglio con una coperta di neve ad abbracciare ogni cosa: i tetti, gli alberi e le strade, ovunque si spingesse lo sguardo, il candido manto avvolgeva ogni cosa. Era un evento assai raro, anche durante gl’inverni più rigidi, i fiocchi di neve erano tanto sottili da sciogliersi, prima di cadere al suolo. Drako era intento ad allenarsi con le sue armi all’aperto, si divertiva come un bambino ad evocare il fuoco che lo domina ed a sciogliere quella coperta bianca al solo calpestare dei piedi o al passaggio delle kopesh sulla neve, non c’erano guerre da affrontare, il regno godeva di un’alleanza con la maggior parte dei regni limitrofi, mentre gli altri si guardavano bene dall’ingaggiare lotte, senza speranza di vittoria.


    C’erano sempre alcune ancelle a spiarlo dall’alto delle finestre del castello, all’epoca non rivestiva ancora il ruolo di Primo Cavaliere, era il Comandante dell’esercito reale e molte covavano il desiderio di approcciarsi a lui, anche solo per una notte e nonostante il giovane avesse ricevuto più di una visita notturna nei suoi alloggi, nessuna sembrava ricordare nulla. Theon si presentò alle spalle di Drako, quando era in sua presenza smetteva di balbettare, era una delle poche figure che non lo intimorivano, spesso avevano scambiato qualche parola ed il Comandante si era perfino proposto per insegnargli qualche base per l’autodifesa, ma l’uomo rifiutò più volte, non si sentiva in grado affrontare un allenamento, non era il tipo di uomo da alzare le mani, neanche in caso di pericolo. “Comandante, la Regina ha chiesto di Voi. Vogliate raggiungerla nei suoi alloggi”



    Drako si voltò e gli sorrise, mentre con un movimento di entrambe le mani dissipò le kopesh “Come siamo formali” e dopo avergli poggiato la destra sulla spalla con poca delicatezza, gli sorrise ancora, sorriso ricambiato dallo stesso Theon.



    Drako volse poi le spalle, dirigendosi verso gli appartamenti reali. La Regina non si era mai dimostrata particolarmente propensa al ragazzo, le sue origini umili erano un forte deterrente per lei, credeva che la sua presenza potesse influire negativamente sui suoi figli, specialmente su Esperin, la quale aveva dimostrato più volte un forte interesse per Drako, nonostante fosse in giovane età, ma agli occhi della madre era tutto chiaro come la luce riflessa della luna. Col tempo però era riuscita a ricredersi, la presenza di Drako illuminava il volto di Lantis, come solo un amicizia sincera poteva fare, il figlio taciturno, serioso e scontroso, si dimostrava tutt’altra persona con Drako, sorrideva e si comportava come un giovane spensierato avrebbe dovuto fare, allo stesso tempo il domatore del fuoco si era rivelato come un fratello maggiore per Esperin, una guida ed una figura protettiva. Il Comandante non si era mai sentito a proprio agio in presenza della Regina, nulla a che vedere con i formalismi e neanche qualcosa legato alla natura avversa da strega, era come se tra i due ci fosse una energia negativa continua, una sensazione che non lo metteva a proprio agio, ma aveva imparato a collocare queste emozioni, senza senso apparente, all’ombra del rispetto per la madre e moglie devota, la quale si era sempre dimostrata. Bussò alla possente porta e la voce della donna non tardò a farsi sentire “Entra pure”, il ragazzo varcò la soglia e vide la Regina fasciata dalla propria vestaglia e seduta a letto, con la schiena contro la testiera e le gambe coperte dalle lenzuola


    “Vieni accanto a me” aggiunse poi, indicandogli il fianco del talamo. Era evidente che qualcosa non andasse, il viso di lei insolitamente pallido, gli occhi stanchi e rossi, contornati da profonde occhiaie ed un leggero tremolio tradito dalle mani incrociate sule gambe.



    “Maestà….” “Sono malata Drako e oggi non ti darò del Voi, voglio parlarti come farei a mio figlio…” Il ragazzo aggrottò le sopracciglia in una espressione incredula “I guaritori sapranno sicuramente cosa fare, tornerete al meglio al più presto” “No, non c’è nulla da fare, possono solo allungarmi la vita e farmi sentire meglio, ma la mia malattia al cuore è incurabile, si espande rapidamente” disse mostrando senza esito la mano che tremava forte.



    Drako rimase ancora in silenzio ad osservare quella donna che accettava la propria morte con forza e dignità, si era spesso dimostrata fredda e distaccata, ma in quel momento gli sembrò di parlare con un’altra persona, forse… era quello il volto della donna tanto amata da Rickard, Lantis ed Esperin “Non siamo immuni alla malattie, come non lo siamo al trascorrere del tempo, la rassegnazione mi aiuta a vivere nel modo giusto i miei ultimi momenti e non voglio causare ulteriore sofferenza alla mia famiglia”



    “Loro ne sono a conoscenza?” “Sì, lo sanno. Ma Drako..." La sua espressione mutò rapidamente, una espressione che mai le aveva visto su quel volto così fiero ed impassibile "...ho un peso sulla coscienza e non posso andarmene senza averlo detto a qualcuno, non posso parlarne con Rickard, mi guarderebbe in modo diverso e non posso morire sapendo che l’uomo che amo con tutta me stessa mi odia. Non posso liberarmi di questa mia colpa con nessun altro”



    Drako non sapeva come reagire a quelle parole, quali potevano essere le colpe tanto gravi commesse dalla Regina, tali da mettere in dubbio il legame con il consorte? Rickard le avrebbe perdonato qualsiasi cosa, lo sapevano tutti, lo sapeva bene anche lei, doveva essere una verità terribile ed inaccettabile perfino per lui e Drako non sapeva se sarebbe stato in grado di ascoltare una parole tanto ingombranti, da dover essere perfino troppo anche per l’uomo magnanimo e saggio che era il Re. Ma gli occhi di lei reclamavano pietà, qualcosa che mai Drako avrebbe mai immaginato di associare a quella donna e si sentì totalmente incapace di negarsi, si limitò a farle un cenno di assenso con la testa. Margarete si aprì come un fiume in piena di parole, parlò e confessò cosa gravava sul proprio petto da orma anni ed anni, un macigno divenuto ormai insostenibile, ma ad ogni frase, ad ogni espressione di lei, il giovane avvertiva un peso crescente, che andava ad accumularsi sempre più sulle proprie spalle, aveva voglia di andarsene, di alzarsi da quella sedia e chiudersi la porta alle spalle, per non vederla mai più, con l’unico desiderio di incrociare quel volto solo nel ritratto della sua tomba, ma non mosse un muscolo, era totalmente pietrificato. “...e te ne prego, fa che i miei figli non vengano mai a saperlo, proteggili, proteggili sempre, anche da questa verità, promettimelo Drako”



    Il ragazzo aveva lo sguardo perso, nonostante la stesse fissando negli occhi, non aveva mosso un muscolo, ne sbattuto gli occhi per tutto l’arco del discorso, la gola secca ed i muscoli tesi, non aveva proferito neanche un verbo, cosa che non riusciva a fare neanche in quel momento. Quando si ridestò e s’inchinò al lei “Lo farò perché siete la Regina, lo farò perché siete la moglie di un uomo che rispetto, lo farò perché siete la madre di figli che amo, solo per questo manterrò la promessa, non per voi, non per la donna che ho visto ora. Ve lo prometto”




    Senza aggiungere altro, si voltò e si diresse verso l’uscita “Ti ringrazio…” non rispose, chiuse la porta alle sue spalle, senza degnarla di un sguardo. Il ragazzo camminò, camminò con gli occhi spenti, senza badare a dove stesse andando, uscì dalle mura del castello e solo quando si rese conto di essere solo, si accasciò in terra e si lasciò andare ad un pianto disperato.



    La Regina si era liberata di un peso, ma quello stesso peso ora gravava sulle spalle del giovane, una verità che avrebbe dovuto accettare, una verità che doveva tenersi per sé per il resto dei suoi giorni, almeno… era quello che credeva giusto in quel momento.

  3. #53
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story

    Il tarlo della ribellione
    Anno CDXCVI D.D.
    II Mese della Neve
    III Giorno della Luna

    Si racconta che la notte sveli ciò che di giorno viene nascosto dalla troppa luce e che ciò che di più oscuro alberghi nell’animo umano venga fuori attratto dall’oscurità pregna di segreti. A Dohaeris la notte era calata già da un bel pezzo, ogni regione del regno spegneva le sue luci acquietandosi pian piano mentre la luna, bianca e grande avvolgeva ogni cosa con il suo candido abbraccio. Qualcuno però rompeva quella quiete avanzando nella notte seguito dal clangore delle armature degli altri cinque soldati al suo seguito.


    Fieri e dritti, in fila marciavano nella notte attraverso i sentieri poco conosciuti con sono due torce al seguito a illuminare la via ma a nasconderli ai più. L’uomo che capitanava il gruppo fece cenno ai soldati di muoversi più in fretta indicando una casa lontana, illuminata ancora dalle candele accese al suo interno. Ysotta era in ginocchio con il sorriso sulle labbra mentre osservava il piccolo volto di suo figlio,


    un grosso livido rosso faceva la sua comparsa sopra uno zigomo e il piccolo Efrem la guardava coi lacrimoni sugli occhi per il dolore, dall’altra parte della stanza Reneè si gustava la scena dal suo letto e quando scorse il viso imbronciato del fratello scoppiò in una grossa risata canzonandolo «Ti dona!»


    urlò puntando un dito verso il livido. Efrem si imbronciò ancora di più ma non rispose e sua madre scoppiò a ridere spalmandogli l’unguento sul viso. Questi erano molti degli insegnamenti che Ysotta impartiva ai suoi figli, desiderava un’educazione militare, la stessa che aveva ricevuto da giovane ma dentro le mura di casa la donna si trasformava in una moglie e in una madre dolce, affettuosa una donna che avrebbe sacrificato tutto pur di vedere i suoi due figli felici e sereni. La mano delicata continuò a spalmare la mistura di erbe e al tocco lieve, Efrem si fece scappare un sommesso «ahia!» serrando i denti e scostando di poco il viso, la sorella non si fece scappare l’occasione e continuò a canzonarlo scoppiando nuovamente in una fragorosa risata «te la sei cavata con poco, ieri mamma mi stava spezzando un braccio, poi si è fatta perdonare con la torta crema e fragole!»


    disse mostrando il braccio destro sul quale figuravano graffi e lividi di ogni sorta assieme a una linguaccia che fece scoppiare la rabbia del piccolo. Corse verso la sorella ma sua madre riuscì ad acchiapparlo al volo e a sollevarlo dalla maglia «quando la smetterete di litigare voi due?» una serie di colpi potenti richiamarono l’attenzione della donna, fece cenno ai due figli di zittirsi e posò in terra Efrem «andate a letto, state in silenzio e spegnete tutte le luci!»


    Ysotta corse fuori dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle e il bambino si adagiò con l’orecchio alla porta per sentire se sua madre sarebbe ritornata «secondo te è papà che rientra?» la sorella lo spinse via «lo sai che papà ha il turno di guardia stanotte. Sarà la vecchia Ruth che sta vagando ubriaca… di nuovo.» Reneè portò il fratellino al suo letto e dopo avergli rimboccato le coperte gli sorrise guardando ancora una volta quel grosso livido ora ricoperto di pomata verde «se papà non fosse un guaritore, ci toccherebbe adottarne uno…» il bambino mise di nuovo il broncio e le tirò un pugno sul braccio spingendola via subito dopo «sei cattiva Reneè!» si rigirò nelle coperte e chiuse gli occhi.


  4. #54
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story


    D’un tratto un enorme frastuono seguito dalle urla della loro madre li fece voltare di scatto, la porta si spalancò e due occhi, gialli come l’oro li osservarono maligni,


    la luce delle alte fiamme che arrivava dall’esterno illuminarono il suo volto rendendolo ancora più spaventoso e spettrale, le sue labbra si aprirono in un ghigno, un sorriso orribile dal quale i due fratelli videro sbucare due grosse file di denti aguzzi e affilati.


    «Lasciali!» urlò Ysotta dietro di lui afferrandogli le spalle e tirandoselo via, Efrem era come impietrito, terrorizzato dallo sguardo di quel mostro che attraverso le fiamme che divampavano all’esterno lo inchiodavano a quel letto come una moltitudine di spilli ardenti «scappate!» urlò Ysotta prima d venire agguantata da due dei cinque uomini che seguivano Ryuk Leithien. Reneè scattò in piedi prese per mano il fratello e scappò verso la porta d’entrata superando l’uomo che nel frattempo si dibatteva per togliersi di dosso la donna. Efrem si volto per un attimo vedendo sua madre, il viso contratto in una maschera di dolore e sofferenza


    mentre uno dei soldati le teneva le braccia, congelate e rotte dietro la schiena mentre altri due l’accerchiarono. Urlò con tutte le sue forze quando vide dalle mani degli altri due uomini formarsi quattro sfere d’acqua


    che vorticavano freneticamente nei loro palmi e poi scattarono veloci verso il busto della donna. Il rumore delle ossa che si rompevano sovrastò quello del fuoco che divorava centimetro dopo centimetro l’intera struttura. Reneè urlò in preda al panico e tirò a sé il fratello coprendogli il volto. Il rumore delle fiamme s’intensificò e la struttura cedette sulle loro teste, Efrem si sentì d’un tratto leggero, gli parve di volare e quando riaprì gli occhi vide, come l’immagine fissa e immobile di un ritratto, il volto disperato di sua sorella che tendeva una mano prima di scomparire in un cumulo di macerie.


    Atterrò sulla vecchia poltrona divorata dalle fiamme che si distrusse sotto il peso del suo corpicino. Urlò il nome di sua sorella mentre il fumo e le fiamme gli riempivano i polmoni, urlò, urlò sempre più forte fin quando una mano non lo zittì e lo sollevò di peso reggendolo per la mascella.


  5. #55
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story


    Il dolore era immane, Efrem non riusciva a respirare e dibattersi era quasi inutile. Provò a graffiare e a mordere la mano dell’uomo ma ogni movimento gli costava solo altro dolore, più si muoveva più la stretta di quell’essere si faceva più salda e stringeva, si sentì quasi scoppiare. Aprì gli occhi in preda al terrore e vide il volto di Ryuk che si piegava in un ghigno, i suoi denti, affilati e appuntiti scintillarono macabri sotto la luce delle fiamme


    e nella sua mano apparve qualcosa, una falce, più brutta e grezza di quella di sua madre, urlò contro la mano di Ryuk, urlò fino a quasi svuotarsi i polmoni, ma nessuno avrebbe potuto sentire le sue grida. La falce si avvicinò il ghigno divenne un sorriso e, quando la lama affilata penetrò,


    il sorriso divenne una risata, profonda, cavernosa. Il bambino urlò in preda al dolore, un dolore indicibile che si dipanava dall’occhio e avvolgeva tutto il suo corpo in rapide e forti convulsioni, si contorse e pianse. L’uomo urlò anch’egli in preda al dolore e ritrasse la falce, Efrem lanciò un altro urlo, stavolta al pari di un gemito. Sentì le forze abbandonarlo così come la stretta dell’uomo, venne lanciato una seconda volta, stavolta più forte, contro una delle assi in fiamme graffiandosi ancora e ancora. Tre squarci profondi si aprivano sul suo volto. Si alzò a fatica vedendo sua sorella con il braccio teso verso il volto dell’uomo e le fiamme che divampavano dalla sua mano fino a investirlo.


    La ragazza corse da lui, lo prese in braccio e fuggì veloce verso l’esterno, l’aria fresca riempì i loro polmoni e entrambi tossirono con forza sputando fuori il fumo che aveva bruciato i loro il respiro. Ma qualcosa andò storto, qualcuno afferrò per i capelli Reneè, caddero all’indietro nell’erba umida e tra le grida dei due, Efrem si alzò a fatica sulle proprie gambe, sua sorella continuava a urlargli di scappare, di correre al riparo il più in fretta possibile.


    Corse, non sapeva se quella forza era data dal dolore o dalla disperazione ma continuò a correre anche quando il fiato cominciò a morirgli in gola. Corse sempre più lontano, il dolore si fece sempre più forte e a poco a poco i sensi lo abbandonarono fin quando, stremato e sfinito non si lasciò cadere nell’erba umida…
    «Efrem! Efrem!» l’urlo angosciato di suo padre che lo abbracciava lo riportò indietro, aprì gli occhi osservandolo poco a poco fin quando l’immagine del suo volto disperato non gli apparve nitida,


    guardò quell’uomo e lo chiamò, la voce rotta e rauca per via del fuoco che aveva bruciato i suoi polmoni, il dolore era svanito ma il buio incombeva persistente sul suo occhio sinistro «papà… che cosa è successo, dov’è la mamma?» alle sue spalle, il sole nasceva nuovamente su Dohaeris dietro una delle tante finestre del castello e da molto lontano, poteva scorgersi flebile al pari di una sottile linea scura, il fumo della loro ormai vecchia casa che lentamente moriva nel vento…

  6. #56
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story

    Amore e morte

    III mese del sole
    III giorno di Mercurio
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    Esitò solo un attimo dinanzi la porta della stanza di sua sorella, la piccola e indifesa Esperin che aveva trattenuto sino all'ultimo una indefessa e disperata speranza che la morte avrebbe risparmiato la sua adorata mamma. Bussò gentile Lantis del fulmine, doveva fare il meno rumore possibile, perchè prepotente sarebbe esplosa la sofferenza che a breve le avrebbe causato. Poche ore all'alba che, timida, scintillava ancora pallida sulle acque del laghetto del giardino di Luna di Diamante, le ombre si riflettevano lunghe sul prato erboso e la panchina là vicino sarebbe rimasta vuota quel giorno e quelli a venire, perchè Margarete, che vi andava sempre a leggere nel pomeriggio, non vi si sarebbe recata mai più.


    Effimero e leggero come un respiro nella sera, il fratello si avvicinò alla sorella ancora in preghiera e pronunciò le fatidiche parole, quelle che la fanciulla mai avrebbe dimenticato nella sua vita, quelle che mai avrebbe voluto udire.


    "Nostra madre è morta, Esperin. Ora riposa in pace" le sussurrò cercando di non urtarla in alcun modo, tentando di donarle un'ultima estrema immagine positiva di quell'evento nefasto. Pace: non ci credeva nemmeno lui.


    Aveva sofferto molto, la Regina: per mesi una misteriosa malattia l'aveva torturata. Quando s'era spenta, Lantis v'aveva letto il sollievo sul suo viso eppure, egoisticamente, l'avrebbe trattenuta ancora lì con lui. Maledisse la morte e tutti gli Dei nel suo cuore, ma annuì silente alle parole di conforto di suo padre, che s'era poi chiuso per il dolore nelle sue stanze, perchè mai avrebbe voluto mostrarsi debole dinanzi ai suoi figli. S'era imposto il dovere di parlare con Esperin, ma Lantis lo aveva liberato dell'incombenza: Rickard Raeghar avrebbe attraversato le fiamme dell'inferno per un sorriso di sua figlia e il giovane Lantis lo sapeva bene. No, era compito suo, suo padre poteva piangere sua moglie in desiderata e meritata solitudine. Il giovane non avrebbe mai permesso che la voce di suo padre fosse assimilata per sempre a parole tanto terribili. La piccola si ribellò a quella notizia, la respinse con tutta la forza delle sue lacrime, che bruciavano inesorabili solcando sulle sue gote la verità di ciò che era accaduto. "No, tu menti" lo accusò piegando le labbra in un broncio che sapeva tutto di infanzia. "Esperin..."


    disse severo il fratello. "No! Tu menti!" incalzò la fanciulla, puntando più furiosa i piedi. "Esperin" la riprese lui con pena, con la voce che si piegava commossa, quasi rotta dal pianto.


    A quegli occhi dolci, che tradivano la sofferenza che li investiva, Esperin credette subito. "Tu menti!" urlò piangendo


    Pianse gettandosi tra le braccia di Lantis. Lui la strinse a sè, come per chiuderla in una bolla d'amore che non sapeva dimostrare, a proteggerla testardamente dal male che aleggiava intorno a loro.


    I piccoli pugni che gli battevano il petto man mano si facevano più fiacchi, così come il pianto cresceva più esacerbato, più amaro, più consapevole. Consapevole dell'impotenza, dell'inciampo della ragione che non si può evitare, che non si può ignorare. Cosciente della forza della morte, della celere falce dell'Oscura Signora che fende l'anima e la porta via senza che ci si possa ribellare, senza che si possa lottare. E anche a volerla sfidare a scacchi, lei trionferà comunque. Pianse come non aveva mai pianto, Esperin Raeghar, come non credeva d'esserne capace. Per la prima volta, la gola le bruciava, i fianchi le dolevano, il petto colmo di respiri gravi, la mascella sofferente.


    "Ascoltami ora... nostro padre soffre indicibilmente e sarebbe più tranquillo se ci vedesse razionali, padroni di noi stessi. Nostra madre ci avrebbe voluto forti e noi lo saremo. Non sarà facile, ma noi siamo suoi figli e ce la faremo.


    Ora siamo soli..." disse con fatica il giovane, mentre cercava di fissare l'azzurro di sua sorella "... versa tutte le lacrime del mondo, che non saranno sufficienti, è vero, ma ci aiuteranno ad affrontare per lo meno i funerali. Sei Esperin Raeghar, la Principessa di Dohaeris... sii fiera come ti avrebbe voluto nostra madre".


    Le mani forti da guerriero si posarono sulle fragili spalle della ragazzina che gli rivolse un sorriso amaro, forzato. "Nostra madre era malata da tempo... il nostro cuore non voleva credere ma la mente... lei sapeva che sarebbe giunto questo giorno. Cerchiamo di farlo anche per nostro padre" aggiunse per poi cingerla ancora nel suo abbraccio. "Ma ora piangi, piangi sorellina" gli sussurrò triste nell'orecchio che subito si bagnò delle sue calde lacrime. La mente sapeva, era vero, ma era il cuore che sanguinava, che si dibatteva per una realtà inaccettabile. Mentre stringeva a sè il corpo esile di sua sorella, mentre sopportava la sua disperazione, desiderò abbandonarsi anche lui al dolore, piangere senza freni come faceva lei, sfogare tutta quella tensione nel caldo abbraccio di Esperin. Non lo fece e si mantenne dignitoso e controllato: così doveva essere, così avrebbe voluto sua madre. Quando la scostò da lui, la principessa s'era calmata un poco. Le sorrise e le pose una mano sul capo, per poi scenderla sulle guance a asciugarle le lacrime. Lei ricambiò timidamente, si fece seria e gli mostrò che sarebbe stata forte. Non solo per suo padre, ma anche per suo fratello. "Vestiti di lutto, la funzione inizierà tra poco" le disse mesto, con una voce che si imponeva la calma. La fanciulla annuì ma quando vide le spalle di suo fratello, lo fermò, richiamandolo dolcemente. "Lantis..." disse riempiendo ancora gli occhi di lacrime "... ora non ci abbraccerà mai più". I singhiozzi tornarono a farsi forti e il ragazzo avrebbe voluto sprofondare o fuggire via ma le posò ancora le mani sulle spalle. "Ogni volta che sentirai quel vuoto dentro di te... va da nostro padre e abbraccialo forte. Vedrai che quel vuoto dentro di te si riempirà" le rispose con il viso che comunicava conforto. Ma lei lo abbracciò di scatto, gli cinse le mani al collo e lo strinse a sè. "E io ti abbraccerò ogni volta, per riempire il tuo vuoto" gli mormorò con tutto l'affetto che provava. Prima di lasciare la stanza, Lantis del fulmine si voltò verso la sorella e in un fiato le disse solo: "Ricordalo... che ti vorrò sempre bene".


  7. #57
    L'avatar di mary24781
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story


    Alla funzione, il giovane principe fu ineccepibile: distinto e Dignitoso nel suo dolore, controllato e silenzioso. Qualcuno avrebbe pensato che fosse innaturale per un figlio essere così freddi ma quel qualcuno non avrebbe saputo distinguere la freddezza dal vuoto. Così si sentiva il ragazzo, sordo a tutte quelle ciarle che cercavano di dargli conforto, parole che gli parevano superbe nel loro intento perchè nulla poteva avere al mondo il potere di confortarlo.


    Non lo diede a vedere, non lo diede a mostrare, ma la sua anima era dilaniata al pensiero dell'assenza, del vuoto che avrebbe trovato al castello, allo spettro di sua madre che aleggiava nei ricordi, nelle stanze, negli oggetti da lei utilizzati. Al pensiero di quel silenzio che investiva ormai ogni cosa, a quella voce amata che la tomba aveva rinchiuso.


    Anche quando suo padre, Re Rickard, dimagrito vistosamente per l'enorme dolore, gli parlò amorevolmente, lui non fece altro che annuire meccanicamente, come se un'altra volontà fosse al comando del corpo. "Noi resteremo uniti, siamo una famiglia e anche se ora tutto ci pare oscuro, noi saremo forti. Sapevamo cosa ci attendeva, noi possiamo farcela" affermò sicuro di sè il padre, cercando la mano del figlio.


    "Lo so, padre, noi eravamo preparati. Noi saremo forti" s'era limitato a commentare il ragazzo. Ma il re vedeva lungo e conosceva bene suo figlio. "Eppure vorrei che tu mi dicessi la verità sul tuo stato d'animo. Nessuno resterà deluso o penserà male di te se mostri le tue lacrime."


    gli disse con la pena nel cuore. "Padre, forse non riesco ancora a realizzare la verità che volete sentire e le lacrime che volete vedere" si limitò a rispondere Lantis, sorridendo a suo padre di sbieco.




  8. #58
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story


    La sera si recò in camera e come un autonoma iniziò a slacciarsi la casacca. I gesti sempre più veementi, sempre più disperati. E poi, Lantis del fulmine, crollò. Pianse come mai aveva fatto, afferrò persino una sedia e la lanciò contro una parete, distruggendola.


    Si accasciò a terra, in ginocchio, perchè così si sentiva dinanzi la morte di sua madre. Sapeva manipolare il fulmine nero dei Blackfire, era forte e veloce, sconfiggeva i nemici con maestria e abilità, maneggiava Cuore di Tenebra come un dio tra gli uomini. Eppure, non aveva potuto farci niente. Le aveva stretto la mano, le era stato vicino ogni giorno della sua malattia ma Margarete se n'era comunque andata. E quella luce, quella lucciola che brillava nel buio pesto della sua anima, s'era spenta. Ringhiò come un cane schiumante di rabbia per quel dolore che non riusciva a lenire, a soffocare e non si accorse che qualcuno aveva bussato alla sua porta per portargli del cibo. Quando sentì l'uscio schiudersi, il giovane restò di spalle alla porta, in piedi e immobile, berciando un semplice: "Andate via, non voglio nessuno qui".


    "Avete bisogno di mangiare, Altezza" gli ribatté una voce femminile, melodiosa quanto tenera, affascinante quanto premurosa. Nessuno mai seppe la profondità del tuffo al cuore che Lantis avvertì nel petto quando vide il dolce sorriso di Reneè. Non la riconobbe in realtà subito, chè la vista era offuscata dal pianto dirotto che cercò di tamponare nel migliore dei modi. Tanto aveva desiderato rivederla da quella notte a Solumquae e restò sorpreso, incredulo che lei fosse proprio davanti a lui, reale e bellissima come quando l'aveva scorta quell'unica volta.


    Avrebbe voluto dirle molte cose, domandarle e restare con lei, voleva apparirle come un uomo già adulto ma in quel momento era solo un ragazzo che aveva perso sua madre. "Non vi posso essere di compagnia, mia signora, vi potrei solo intristire e io... non potrei mai rendervi triste" sbiascicò mentre si asciugava il viso e cercava di ritrovare un contegno.


    Quegli occhi verdi, però, lo guardavano d'una dolcezza che lui non aveva mai incrociato e si sentì così piccolo, così inerme dinanzi a quella visione tanto desiderata e agognata, dinanzi quei capelli rossi che danzavano mossi fino a posarsi sulle spalle candide e delicate, quelle ciocche rubate dal fuoco e che gli Dei gli avevano mandato per tormentare i suoi sogni, le notti di un adolescente che diveniva man mano un uomo. Il vestito, sobrio e verdino, scendeva liscio a fasciare quel corpo perfetto, quelle dolci colline che Lantis avrebbe dannato la sua anima anche solo sfiorarle per un impercettibile attimo.


    "Mia... madre... è morta, mia signora... io non voglio che restiate qui ad angustiarvi" borbottò ancora con una voce che cercò di rendere più profonda ma che invece, pareva quella di un bimbo che fingeva d'essere grande. Reneè, però, non lo guardò con pena o compatimento: addolcì lo sguardo, dischiuse le labbra come a voler rivelare un grande segreto ma poi subito le chiuse, in un battito di ciglia che a Lantis era sembrato eterno.


    Col passo piccolo e nobile, la fanciulla gli si avvicinò e continuò a incatenarlo ai suoi occhi magnetici, come quelli di un gatto di giada, e il giovane principe immaginò che potessero persino vedere al buio, che potessero scorgere ciò che c'era nella sua anima così oscura. Che potesse leggere nei suoi pensieri più neri, in quel cuore frammentato che non riusciva più a splendere.


    La misteriosa ragazza strinse i pugni dinanzi a lei, sollevandoli di poco dai fianchi e piano piano li avvicinò al viso di lui, stendendo le dita affusolate sulle sue guance. Il Grifone restò paralizzato, come dinanzi ad una creatura mitica di rarissima bellezza, come a non volerla spaventare per la paura di vederla fuggire via ancora.


    Lei protese la sinuosa schiena verso il corpo atletico di lui e lo avviluppò in un abbraccio, improvviso e sorprendente, eloquente nel suo silenzio, nel suo vigore, nella suo rischio. Restò di ghiaccio qualche istante, Lantis del fulmine, ma quel profumo di rose gli penetrò nelle narici e gli rapì i sensi. Disperatamente, la strinse forte a sè perchè non avrebbe più voluto lasciarla, perchè anche se straniera, aveva capito di cosa Lantis aveva bisogno. Tra mille chiacchiere vuote, tra conforti e incitamenti, aveva solo bisogno di sentire ancora il calore di un abbraccio di chi lo considerava solo un ragazzo di diciotto anni, non il principe ereditario di Dohaeris, non un fratello da ammirare o un figlio di cui essere fieri. "Era mia madre... ho perso mia madre! Come potrò convivere con la sua assenza! Come potrò vivere senza la sua luce!" disse disperato, sciogliendosi in un pianto amaro. Stretti l'uno nelle braccia dell'altra, a confortare i loro cuori, ignorando il tempo e il mondo fuori che continuavano i loro cicli. E così restarono quella notte, un ragazzo e una ragazza che si amarono nella loro sacra essenza, senza contesti intorno, senza vestiti e maschere per nascondersi.


    Si amarono appassionatamente, di un amore puro che si legge solo nelle storie, di cui non ci si crede capaci e su cui si scrivono le poesie. Quella passione così bruciante che prendeva per mano il sentimento più nobile e potente di tutta la terra, meraviglioso e titanico come sa esserlo a quell'età. Il bacio che avviluppava i loro corpi, che univa le loro carni frementi aveva dato l'inizio di un incendio dirompente, di quelli che ardono in eterno come nei miti e nelle leggende, che marchiano la memoria e lasciano un segno, un marchio indelebile che non smette mai di fare male.


    Lantis del fulmine non si sarebbe mai rassegnato a perdere Reneè, l'avrebbe cercata in tutto il Regno, avrebbe mandato alle ortiche tutti i suoi giuramenti e i suoi doveri per poterla avere ancora affianco.


    L'alba, un'altra terribile alba lo attendeva. I raggi timidi del sole lo scoprirono solo nel suo grande letto, disperato che l'avea perduta ancora. Lei non aveva lasciato traccia di sè se non il suo profumo, profumo di rose. Non avrebbe mai più voluto ascoltarlo da alcuna, non avrebbe più apprezzato una rosa senza Reneè. Col tempo, iniziò ad odiarle. Perchè la sua rosa scarlatta era scomparsa, perchè l'aveva persa, perchè non l'aveva più ritrovata. Un'altra luce s'era spenta, dentro di lui vi regnava di nuovo la notte.


    The night is dark and full of terrors: il motto dei Blackfire. Nelle lande deserte del suo cuore calò una notte senza stelle, senza luna, senza lucciole. Non fu più lo stesso senza Reneè, senza sua madre. Morì qualcosa in lui, o forse dormiva soltanto. Di certo, tutti poterono vedere Lantis Raeghar del Fulmine Nero, principe e poi re di Dohaeris. Ma di quel ragazzo di quella notte della donna scarlatta non sembrava essere rimasta alcuna traccia. Al ritorno dalle ricerche, fece chiamare molte donne a corte, tutte coi capelli rossi, tutte bellissime. Dinanzi ad una di esse, alla più bella, egli sospirò, guardandola con sufficienza. "Nessuna... nessuna sarà mai come lei" gli sentirono dire rassegnato. E in effetti nessuna ebbe più il potere di accendere una luce in quel buio così nero.

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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story

    Il corvo e la serpe


    Drako se ne stava in piedi di fronte la Regina, la quale l’osservava con sguardo spento, la donna cominciò a parlare ed il nome che proferì, fece quasi trasalire il ragazzo, il quale riuscì a contenere la propria reazione, senza mostrare eccessivo turbamento alla donna. “Ysotta Martell, hai certamente già sentito questo nome” Il ragazzo deglutì, rivolgendo un semplice segno d’assenso col capo, invitando la Regina Margarete a proseguire il proprio discorso


    “Ho sempre saputo cosa ha rappresentato quella donna per Rickard ed all’inizio, il suo, era solo un nome come un altro, un’amore che non avevo intenzione di sostituire nel cuore di un uomo che avevo sposato unicamente per accordi politici, così come ero certa che egli stesso non avrebbe mai sostituito Joseph nella mia mente. Eppure… eppure quel sentimento ha preso piede rapidamente, sgomitando nei nostri animi ed abbracciandoci entrambi, nell’unione che tutt’oggi ci lega. Io amo Rickard con tutta me stessa, proprio come lui ama me, Drako”



    Il ragazzo rimase fermo, quasi pietrificato, nella sua mente iniziò a farsi largo uno scenario, intuì quale fosse il succo del discorso, ma sperò con tutto se stesso che quella confessione non portasse dove credeva.
    “Dopo poco più di due anni dal nostro matrimonio, mi concessi una passeggiata con alcune donne di corte all’Auspex, nonostante quel luogo entri in contrasto con la mia natura da Strega, l’ho sempre considerato al pari di una casa per via del forte legame con Rickard, c’era un po’ di lui ovunque io spostassi lo sguardo ed il mio animo si acquietava al solo sentire lo scrosciare della cascata. Avanzai sul manto erboso, avevo intenzione di giungere all’altare, ma è là che vidi la figura di una donna dai capelli rossi, con una bambina tra le braccia, anche lei come me sembrava apprezzare la calma che infondeva quel luogo e se Rickard non me ne avesse parlato così a lungo, di quella donna che anni addietro gli aveva rapito l’animo, probabilmente non l’avrei riconosciuta.


    Mi si raggelò il sangue nelle vene nell’osservare quella bambina che poteva avere circa due anni. Mi avvicinai con passo fermo, sforzandomi di non mostrare turbamento e le rivolsi la parola“E’ una bambina molto bella, Vostra figlia?” La giovane si voltò e rispose ancor prima di guardarmi in volto “Sì, è mia figlia”



    ricordo ancora la sua espressione quando incrociò i miei occhi, le pupille si dilatarono ed il verde tanto decantato da Rickard si spense in due pozzi neri “Mia… mia Regina, perdonatemi, non vi avevo riconosciuta” l’osservai in silenzio per qualche istante, ero quasi compiaciuta da quel moto di sottomissione che mi stava dimostrando, ma gli occhi di quella bambina mi bruciavano addosso.


    Mi piegai per accarezzarle il viso e le spostai una ciocca di capelli “Ti somiglia molto, ma non ha le tue orecchie, che sia una piccola maga?” Ysotta serrò la bambina al proprio petto e si alzò dal proprio posto, mi bastò come risposta. Portai lo sguardo alle sue mani, non mi era traccia di anello nuziale.


    Mi avvicinai nuovamente a loro di qualche passo e questa volta mi rivolsi alla bambina, era piccola, ma a quell’età sanno già pronunciare qualche parola ed il proprio nome, solitamente è il primo che imparano “Come ti chiami” le rivolsi un sorriso gentile, non avevo intenzione di spaventarla e lei mi rispose diretta “Reneè” con una vocina squillante, tanto chiara quando fastidiosa.


    Portai la mia attenzione alla donna, tornai eretta, col capo alto a mostrare tutta la mia fierezza, le rivolsi una semplice frase e sperai con tutta me stessa che quelle poche parole, le sarebbero state immediatamente chiare “Sembra molto delicata, vi sono luoghi lontani da Dohaeris, dove una bambina come lei potrebbe crescere tranquillamente ed in piena salute”



    La fissai negli occhi, fui tentata di liberare la mia aura, ma ero convinta che non fosse necessario intervenire invasivamente, desiderai che la sua paura fosse dovuta alla lucidità, alla coscienza del reale e di ciò che sarebbe potuto accadere, nel caso non avesse lasciato Dohaeris il prima possibile.

  10. #60
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story



    Drako aveva lo sguardo fisso a terra, non osava alzare gli occhi sulla figura di Margarete, le mani tremanti del ragazzo erano simili nel movimento a quelle della donna, strinse i pugni, li strinse così forte che sentì quasi il sangue bloccarsi nelle dita. Non interruppe il racconto, rimase fermo, ormai più simile ad una statua col viso di cera, che ad un uomo.

    Trascorsero gli anni, il mio matrimonio era felice, io e Rickard avevamo i nostri splendidi figli, Lantis cresceva a vista d’occhio ed Esperin mi somigliava ogni giorno di più, ero probabilmente la donna e la moglie più fortunata e felice che avrei mai sognato di divenire. Ricordo che Lantis aveva circa otto anni, trascorreva troppo tempo chiuso tra le mura del Castello, così l’obbligai a seguirmi in una passeggiata con Esperin al nostro seguito. Era Autunno, ricordo ancora il rumore delle foglie in terra al nostro passaggio, quei colori che sfumavano dall’arancione al rosso, dal marrone della terra all’azzurro del cielo limpido, ma i miei occhi si posarono su alcune figure, su di una famiglia che passeggiava tranquillamente sulla riva del lago


    un uomo ed una donna dai capelli rossi, con due bambini dalla chioma color del fuoco. La riconobbi immediatamente: Ysotta era tornata.


    Mi dannai l’animo per mesi e mesi, non facevo altro che pensare a quella donna ed a quella bambina che ormai, ero certa, fosse figlia di Rickard, una figlia della quale lui non era al correte di avere, un uomo come lui non l’avrebbe mai rinnegata. Reneè diventò un masso sempre più ingombrante al centro del mio petto, la mia non era neanche gelosia nei confronti della madre, quella ragazzina avrebbe potuto rivendicare il trono, avrebbe potuto spodestare Lantis ed anche ammettendo l’ipotesi che la madre avesse tenuto per sé la cosa, niente le avrebbe potuto impedire di aprire la bocca prima o poi.


    Era inverno quando convocai l’unica persona che, ero certa, avrebbe eseguito la mia sentenza di morte, senza battere ciglio, conoscevo Ryuk Leithien abbastanza da sapere che trucidare una bambina e sua madre non gli avrebbe arrecato alcun disagio. Quella notte gli ordinai di riunire alcuni uomini di fiducia e di uccidere senza remore Ysotta e sua figlia, unicamente loro due, il bambino era innocente, avevo scoperto che il marito era un soldato della guardia reale, avrei provveduto a spostargli il turno proprio nell’ora in cui sarebbe avvenuto l’attacco. Ryuk accettò, non ne avevo alcun dubbio, mi disse che non ci sarebbero stati testimoni, avrebbe provveduto ad uccidere egli stesso i propri soldati, una volta compiuta la missione.


    Il giorno seguente venni a sapere che era andato tutto secondo i piani: Ryuk aveva fatto giustiziare Ysotta ed un suo soldato aveva pensato a Reneè, anche se non aveva visto il cadavere della ragazza, il figlio del Lord era certo delle parole del proprio soldato, che ormai giaceva tra la neve dell’Adamantem assieme ai propri compagni.

    Terminato il racconto Drako non mosse ancora un muscolo, restò in silenzio per qualche istante, dovette sforzarsi di non lasciarsi andare all’ira, di non urlare contro quella donna che ormai non considerava neanche la propria Regina, si limitò a stringere gli occhi a fessure, senza alzarli dal pavimento “Quel bambino era Efrem”



    sibilò tra i denti, ma la voce era abbastanza forte da essere chiaramente udibile “Lo so ed è per questo che ti prego di non dirgli nulla, Drako. Ma… c’è dell’altro che devo narrarti, il mio fardello più grande…”


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