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  1. #61
    GdR Master L'avatar di Eclisse84
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story

    Alea iacta est

    La luna piena indica la via tra la fitta boscaglia, il silenzio regna sovrano e disumano, si dice che le creature della terra siano dotate di una forte sensibilità, che i cambiamenti dell’equilibrio naturale li influenzino ed è come se l’incedere sicuro e fermo del giovane sulle foglie secche, sia solo il monito di questa rottura preannunciata, di un equilibrio che si spezza e viene schiacciato ad ogni suo passo.


    L’abitazione dell’anziano e centenario mago è situata ben lontana dal centro cittadino, non ha mai amato il chiasso, ha sempre preferito la calma e rapportarsi a poche persone. Efrem lo conosce sin da bambino, ha sempre trovato rassicurante quella barba bianca e quello sguardo color della terra, che sembra abbracciare tutto. “Sei in anticipo, Efrem”


    la voce di Zed arriva alle orecchie del giovane con tono pacato, il suo solito modo di parlare, non l’ha mai visto alterarsi, quell’uomo è sempre stato simbolo di ragione, saggezza e calma. Ma sono certo che tu abbia già cosa ti ho chiesto” ribatte il ragazzo con tono aspro, carico d’ansia e di agitazione


    “E’ pronto, ma non credo che tu lo sia” Efrem si ferma ad osservare l’anello poggiato sul palmo logoro dell’anziano, la pietra verde giace sopita in un abbraccio di bronzo, appare così comune, così inutile, che il ragazzo dubita della sua utilità alla vista di un oggetto del quale non capisce ancora il senso


    “Non ti avevo chiesto un anello” esordisce con viso contrariato e già contratto dall’ira che sgomita al suo interno


    “Non sai neanche tu cosa mi hai chiesto, Efrem. Questo è quello che gli si avvicina di più. La magia non può tutto, è figlia degli dei ed io non sono nessuno per scavalcare il loro volere, nessuno può. Ma… “ L’anziano prende l’anello tra le dita e lo infila alla mano del giovane, la pietra si accende, il verde brilla di vita ed energia, una energia che vibra nel corpo di Efrem e lo riempie di nuove sensazioni


    “posso fare in modo che quel loro volere, venga legato a te” Il ragazzo alza lo sguardo illuminato dall’intenso bagliore verde, persino l’iride che si tinge di viola appare colorarsi della sua tonalità originaria


    un ghigno gli segna il volto, una espressione che tuttavia non appartiene all’anziano che gli sta di fronte “Efrem, mi auguro che tu ci ripensi e che faccia la scelta più saggia: distruggi questo anello” Per tutta risposta il giovane stringe la mano in un pugno ed abbassa il braccio lungo il fianco “Ti sono grato del tuo aiuto, Zed. Ora, promettimi di restare accanto a mio padre nel caso che…” per un attimo distoglie lo sguardo e prende un profondo respiro, prima di tornare ad osservare l’uomo ancor più sicuro di prima “… che non funzioni. Ora spiegami il suo utilizzo” Zed si avvicina al giovane e gli poggia una mano sulla spalla, desidera che le sue parole vengano ben recepite e che ponga attenzione nell’utilizzo di quell’oggetto nefasto


    “E' sempre attivo fin quando rimane sulla tua mano, al suo interno vi è il capello che mi hai mandato, quindi funziona unicamente su di te. Devi riuscire a toccarla con quell’anello, anche solo sfiorarla, sarà tutto automatico. Non toglierlo mai, consideralo una parte di te da ora in poi. Spero che i Siamesi si voltino dall’altra parte, Efrem” Il giovane ribelle sa bene a cosa sta andando incontro, ha già provato sulla propria pelle la potenza della Gran Maestra, ma ha scelto di non arrendersi, ha scelto di perseverare a costo di rompere gli equilibri, a costo di andare contro la propria natura. “Grazie, Zed” si volta conservando lo sguardo fiero, non vi è più niente del ragazzo tradito dalla vita in quegl’occhi da uomo, Efrem ha scelto di prendere in mano il proprio destino, ha scelto di combattere fino alla fine.


  2. #62
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story

    ... et pereat Mundus.

    I passi del giovane avanzano pesanti e decisi sul sentiero di terra battuta che porta al luogo del loro primo incontro. Lo sguardo fiero, determinato e pronto a tutto. Efrem è serio mentre avanza verso quel bosco che ormai conosce bene.


    Il peso della recente sconfitta gli grava sulle spalle infervorandolo ancora di più, è determinato, pronto a tutto pur di far valere le sue scelte davanti a colei che gli ha negato aiuto. Attraversa la fitta boscaglia fin quando non scorge il Salice Gigante, le imponenti radici dell’albero gli indicano la strada e il giovane arresta la sua andatura quando il maestoso altare dell’Elysium gli si para di fronte. «Cosa ci fai ancora qui?» chiede serio e con voce metallica e distorta l’Atronach di fuoco della Gran Maestra degli elfi, Nimoe.



    Efrem si volta osservando quel fantoccio di fuoco così simile alla donna, sul volto un sorriso ironico e canzonatorio «sei stato già avvertito, Targaryus, non osare muovere un altro passo!» continua la voce metallica. Efrem si allontana di un passo da quella massa di fiamme e prende fiato «vedo che ancora mantenete la vostra decisione, Gran Maestra.»


    il clone di fuoco si scaglia con una violenza inaudita sul giovane bruciandogli le carni e gli abiti. Efrem urla dal dolore stringendo i denti mentre con lo sguardo scruta il folto della vegetazione nella speranza di scovare la donna. Un altro clone lo investe, colpendolo questa volta alle spalle, Efrem ringhia rabbioso e dolorante mentre nell’aria si spande acre l’odore della carne e dei tessuti bruciati. «Hai già ottenuto la mia risposta, non prenderò parte a questa guerra. Né ora né mai!» un terzo Atronach infuocato sbuca da dietro una delle colonne «mi dispiace per voi allora, Gran Maestra.»


    contemporaneamente alle sue parole, gli ultimi due cloni della donna si manifestano da dietro le colonne di marmo lanciandosi all’inseguimento del giovane, ma accade qualcosa, la terra trema per un istante quasi interminabile per poi aprirsi sotto i piedi di Efrem in un ampio cerchio, nero come la pece e dalle venature verdastre che si solleva imponente. Una cupola di marmo nero si erge a difesa del figlio della terra, cupola che però non frena del tutto i cloni. Le braccia infuocate degli Atronach si spezzano staccandosi dai loro corpi incandescenti e finendo dentro la cupola colpendo così in più punti Efrem. La pietra brucia all’impatto degli esseri di fiamma e pochi istanti dopo il crepitio del fuoco si estingue lasciando il posto al più totale silenzio. Il ragazzo ritira il suo scudo e in quel silenzio riecheggia solitario lo scricchiolare della pietra che si crepa al tocco della sua mano per poi sgretolarsi in polvere ai suoi piedi. Nimoe fa la sua comparsa da sull’altare dell’Elysium, alta e maestosa come sempre e come Efrem stesso riesce a ricordare.


    Il viso tirato in una espressione contrariata della donna si imprime negli occhi del giovane che scatta verso di lei evocando la sua falce, la lama compare rapida nella sua mano e il ragazzo corre verso Nimoe che si ritrae guardandolo con astio. Come un rombo di pietre che sbattono tra loro, la terra si squarcia davanti alla donna rivelandone un bastone che dalle fiamme e dalla roccia si erge levandosi in alto, la Gran Maestra degli elfi impugna la sua arma bloccando in questo modo l’avanzata inesorabile della falce di Efrem.


    Uno sguardo rabbioso è ciò che scorre tra i due sfidanti, l’Elysium diviene ben presto il campo di battaglia di due generazioni a confronto. Da un lato la saggezza e l’esperienza della Gran Maestra impattano e cozzano come il metallo stridente contro la ferocia e la determinazione del capo dei Ribelli, pronto a tutto pur di avere la sua vittoria. «Hai ancora una possibilità, Targaryus. Vattene.» tuona la Gran Maestra degli Elfi,


    il viso del giovane si indurisce diviene sempre più minaccioso «mai!» un urlo di rabbia è ciò che esce dalla sua gola quando le due armi si separano e sul petto del giovane si apre uno squarcio. Le vesti logore si impregno del sangue del guerriero che come una furia si lancia di nuovo sulla donna. L’Elysium si anima, le piante dell’altare prendono vita, i fiori appassiscono da uno dei viticci e le spire si ergono, scure e spesse avanzano verso il giovane mostrandogli aculei del colore del sangue. Efrem sfugge all’abbraccio mortale della pianta manovrata dalla donna ma le sue gambe sono martoriate dalle fiamme. Grossi rovi neri gli si aggrovigliano per l’arto stringendo e tagliando mentre il ragazzo si sente via via perdere il terreno sotto i piedi. Urla dal dolore, Efrem e con la sua falce cerca di tagliare via i rami mentre le spire dei rovi della Gran Maestra squarciano lo stivale e la pelle della gamba del ragazzo bruciando ogni tessuto si opponga al loro mortale cammino. Uno strattone è ciò che ottiene e il giovane viene scagliato lontano, rotolando ai piedi dell’altare.


    Ma il figlio della terra non si arrende, ha fatto una promessa e sa che deve mantenerla, dovrà fare ritorno al rifugio vittorioso, per la sua guerra, per la sua famiglia e per tutti loro.


  3. #63
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story


    Ancora una volta è l’Elysium a parlare, il vento grida furioso tra gli alberi secolari e l’urlo della terra riecheggia nelle orecchie del giovane che si rimette in piedi seppur provato e dolorante brandendo ancora quella falce, l’arma di sua madre. Grosse e spesse radici si ergono dal terreno alle spalle di Nimoe che accorgendosi troppo tardi della beffa, cade in terra nel tentativo di sfuggire dalla presa dei rovi che ne lacerano le vesti e le carni.


    L’urlo rabbioso e dolorante della Gran Maestra si spande per l’area arrivando alle orecchie di Efrem come il suono della vittoria, corre nonostante il suo corpo si ribelli col dolore, nonostante ogni fibra del suo essere gli dica di smetterla e di tornare indietro. La terra trema sotto i piedi del ragazzo, si spacca e ribolle velocemente e Efrem corre a perdifiato perché sa cosa sta per accadere. Nimoe si rialza, dolorante, il viso avvolto nella rabbia bruciante fa solo da sfondo alle vesti logore che grondano sangue all’altezza della sua gamba destra. Crolla in terra reggendosi su quella ancora sana e dirige le mani verso il ragazzo. La terra sotto Efrem si squarcia e il fuoco divampa. Il pozzo lavico inizia a risucchiare la terra sotto ai suoi piedi ribollendo e sbuffando con violenza.


    Efrem riesce a sfuggirgli ma un getto di vapore, bollente e violento gli investe il viso ustionandolo. La vista diviene appannata, fioca e il ragazzo riprende la sua corsa. Sale con gli occhi rossi dal fuoco sull’altare dell’Elysium dove la donna lo attende furente brandendo il suo bastone. Un colpo violento e la punta acuminata dell’arma della donna si conficca nel fianco di Efrem che urla in preda al dolore


    lasciando la presa sulla sua falce che crolla in terra con un sinistro rumore metallico. Il viso della donna si distende e quando il bastone fuoriesce con getti di sangue dal fianco del giovane, Nimoe si avvicina. Lo guarda con disprezzo mentre il figlio della Terra cade in ginocchio ferito profondamente «una vita sprecata…».


    Un guizzo sul suo viso, un rivolo sottile di sangue scivola dalle labbra piegate a ghigno soddisfatto di Efrem. Pochi istanti separano il silenzio del fuoco che si spegne nel pozzo lavico a un fischio che lo sovrasta, prima sottile, poi sempre più acuto fin quando un urlo straziante della Gran Maestra non si spande nell’aria. Nimoe cade in ginocchio davanti a lui. Un grosso ramo fa la sua uscita dal ventre della donna, un ramo scagliato dalla mente del giovane «uccidimi, non avrai ottenuto nulla lo stesso!»


    tuona lei con la voce spezzata dal dolore lasciando cadere anche il suo bastone. Efrem sorride e solleva la mano destra, l’anello si illumina di una intensa luce verde e quando la sua mano si posa sulla fronte della donna, la Gran Maestra urla dal dolore, un dolore straziante che termina quando i suoi occhi divengono due pozzi verdi, si illuminano e brillano nella notte così come la sua bocca che si spalanca lasciando fuoriuscire una scia verde, un fumo denso e spesso e esplode dalla donna e investe Efrem venendo risucchiato all’interno della pietra verde incastonata nel suo anello.


    Alle urla di Nimoe si uniscono quelle del giovane, la sua mano brucia e quando la stacca dal volto della donna, ella si accascia al suolo priva di sensi, gli occhi spenti a fissare il vuoto dinanzi a lei. Il ragazzo urla invaso dal dolore, la sua testa brucia più delle ferite del corpo. Efrem cade in terra dolorante e privo di sensi. Il sole che timido si alza da dietro le fronde degli alberi ferisce gli occhi del ragazzo, svegliandolo da quel torpore. Non ha idea di quante ore siano passate, si volta a osservare la sua controparte, Nimoe giace esanime al suolo, il suo bastone poco distante da lei è pregno del sangue del ragazzo. L’anello sulla sua mano vibra per un attimo accendendosi di una luce verde, ancora più brillante, ancora più splendente avvolgendo il giovane che a fatica si rimette in piedi. La luce si dissipa e Efrem si sente nuovo, le ferite non fanno quasi più male e nel suo corpo scorre un nuovo vigore, una nuova forza. La terra sotto ai suoi piedi vibra, lo chiama così come la natura che lo circonda legandolo a quel luogo. Si alza il nuovo Gran Maestro degli Elfi reggendosi per un attimo alla falce di sua madre, un sorriso di gloria a decorargli il volto pieno di orgoglio. Varie luci lo investono e per un attimo Efrem stesso si meraviglia di tale spettacolo, le pietre poco al di sotto dell’altare si animano, ognuna brilla sempre più intensamente quando il giovane si avvicina risplendendo ciascuna del suo elemento dominante.


    Il giovane solleva il braccio al cielo urlando orgoglioso mentre la natura attorno a lui lo chiama, sente ora quasi come ruggiti le anime degli altri Elfi. Si volta però a guardare la donna e, con passo claudicante a causa delle ferite che gli dilaniano il corpo, si avvicina a essa posandole una mano sul viso e chiudendole per un ultima volta gli occhi in un profondo rispetto per ciò che Nimoe rappresentava per lui. Per ciò che essa era un tempo ormai passato. Piano a piano vari animali escono fuori dalla foresta avvicinandosi a Efrem che li guarda uno ad uno, sofferente si alza sorreggendo il corpo della donna e trasportandolo lontano dalle rovine del tempio. Non deturperà ulteriormente quel luogo sacro, le creature lo seguono fino alla sua destinazione, il Salice Gigante si staglia nella sua grandezza. Efrem posa il corpo della donna ai piedi dell’albero pulendole il volto con un panno bagnato. Con delicatezza sfila via dal corpo della donna ciò che rimane del ramo e la avvolge nelle sue radici che si compattano delicate attorno a essa racchiudendola in un sudario di legno, preservandola nella sua fierezza assieme alla sua arma che il giovane posizione tra le sue mani. Un ultimo saluto e le radici di Efrem spariscono nel terreno sottostante assieme a quella bara e a quel corpo. Il nuovo Gran Maestro guarda ancora la terra che lenta si richiude per sempre sopra la donna e osserva poi l’albero che sembra gridare il nome del giovane per un attimo ne accarezza la superficie e poco dopo da poco distante i suoi piedi, un viticcio nuovo cresce con sua sorpresa attorcigliandosi alla corteccia del grosso albero. Quando il ramo arresta la sua corsa, ampie foglie rosse si aprono lentamente seguite da fiori dapprima piccoli, poi sempre più grandi e del colore del fuoco.


    Efrem ne sfiora la superfice delicata dei petali per poi voltarsi per tornare da dove è venuto. Ogni animale si scosta chinando il capo al passaggio del Gran Maestro che ferito nel corpo si muove a passo lento per fare ritorno dai suoi uomini, la sua casa e la sua nuova famiglia…

  4. #64
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story

    Nomen Omen
    Anno CDLXXXVII D.D
    I mese delle Rose
    II giorno di Marte

    Si narra che gli stregoni siano nati da un patto con un demone, egli promise loro poteri e forza in cambio di un sacrificio, ogni anno il primo nato dello stesso giorno, sarebbe stato sacrificato, per ingraziarsi la volontà del demone: il sangue di un innocente per la potenza di una intera razza per l’arco di un intero anno. Ogni infante sacrificato, sarebbe poi rinato come figlio dell’oscurità a totale servizio del demone stesso.
    _________________________

    Trascorreva le sue giornate e le lunghe nottate in solitudine Christabel Blackfire, sorella minore di Margarete. L'alta torre era scura e silenziosa, persino il panorama mozzafiato sembrava perdere i propri colori, tutto era tremendamente vuoto. La giovane donna era amante dell'arte, disegnava volti per sentirsi meno sola, si circondava da ritratti di persone conosciute ed immaginarie, li osservava anche per ore fantasticando su giornate trascorse in loro presenza, lontana... da quelle quattro mura.



    Amava leggere, quella stanza era colma di libri ovunque si spingesse lo sguardo, favole e storie di ogni genere, tutto andava bene pur di estraniarsi da quel contesto che la faceva star male. Ma in Christabel era germogliato il seme della follia già da lunghi anni, spesso urlava contro quei volti che immaginava, si disperava per la propria mente che non le dava pace, un tormento continuo causato da un male invisibile, che i medici avevano diagnosticato come pura e semplice follia.



    A volte la sua mente era talmente provata da non riconoscere neanche la propria figura allo specchio, finendo per non distinguerla dalle proprie visioni.


    Era una donna aggressiva Christabel, i suoi scatti di ira nei confronti delle ancelle l'avevano portata ad una solitudine ancor maggiore, nessuna aveva intenzione di trascorrere del tempo con lei più del necessario, tutte fuggivano appena compiuto il proprio dovere.



    Una donna, una strega per l’esattezza, gonfia della propria ira, un'ira nata negli ultimi tempi di vita per non essere stata la prescelta tra due sorelle, per diventar moglie del Re, quindi Regina di Dohaeris, ed ogni notte urlava alla Luna dea di quella terra, procreatrice della dinastia Raeghar, con tutto il proprio odio “Tu che hai dato vita a questo popolo, come puoi arrecare tanta sofferenza ad una tua figlia?”



    ed ancora urlava al suo Dio, colui verso il quale la propria casata era devota più di altri "Proprio a me? Che ti servo dalla nascita e mio padre prima di me e come i miei avi ancor prima, Raiden..."Chi la sentiva, si era ormai convinto che la donna avesse perso quel briciolo di senno rimasto in corpo e tutto a causa della propria gelosia nei confronti della sorella.



    Una notte di Luna dormiente, alle urla della donna che scrutava il cielo nero e senza stelle, come una immensità di tenebre che avvolgeva ogni cosa, apparve una figura avvolta dalle ombre della stanza. “Le tue urla sono giunte a me come una preghiera, mi hai evocato notte dopo notte ed ora sono qui, per far cessare i tuoi lamenti”



    A quella visione, la giovane donna ebbe timore per la propria vita, pensò che quell’ombra l’avesse raggiunta, per metter fine a tutto quello strazio ed invece quel che sentì poco dopo, fu al pari di una nuova speranza per lei “Ho il potere della vita e della morte, posso concederti un desiderio, qualsiasi cosa tu voglia, in cambio di… un semplice patto”




    Avanzò di un passo Christabel con una strana luce ad illuminarle gli occhi “Voglio essere colei che darà vita alla futura stirpe dei Raeghar, farò qualsiasi cosa… qualsiasi, perché ciò avvenga!” La donna probabilmente non ponderò abbastanza sulle proprie parole, presa dall’impeto che la pervadeva in quell’istante.



    Il Padre di tutti i demoni sorrise e dispiegò le proprie ali, muovendo un passo verso la donna “Se è questo ciò che desideri… sappi che per una vita futura generata, occorre una vita spezzata, la morte per una nuova esistenza” L'essere ingannevole per eccellenza, aveva già architettato tutto nella propria mente, nulla che andasse spiegato in quel momento, mentre continuava ad avanzare con passo sicuro verso quell'esile figura “Sì, sì… è questo ciò che desidero” “Per suggellare questo patto, giacerai con me” L’essere dispiegò ancor più le proprie ali ed azzerò le distanze con la donna, il suo viso era bello come quello di un angelo, il suo corpo forte come quello di un Dio, il suo sguardo dai toni gelidi, infondeva, in realtà, calore e lussuria.


    Quando sfiorò il braccio della donna, ella si sentì pervadere da mille scariche che ne accesero il desiderio, che la fecero abbandonare totalmente ai fremiti che già avvertiva lungo tutto il corpo.



    Fu una notte lunga, il demone la fece sua come prestabilito ed alla donna sembro di riacquistare la pienezza dei sensi ad ogni suo tocco.



    Poco prima che il sole sorgesse, l’essere si mise a sedere sul talamo accanto la donna, la quale era imperlata di sudore ed esausta, ma con il volto di chi aveva assaggiato la perdizione più profonda e ne desiderava ancora. “Sono certa che la corona mi donerà”


    disse voltandosi verso di lui, ma a quella frase il demone rise, una risata che sembrò tagliar l’aria e per la seconda volta la fece rabbrividire “Non ho mai detto che diventerai regina, la tua richiesta è stata ben diversa” La guardò ancora una volta,ma non fece in tempo a replicare, perché quella figura apparsa tra le tenebre, si dissolse al primo raggio di sole.



  5. #65
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story

    I corvi ed il Grifone

    Drako osservava la donna stesa in quel talamo, non più come fosse la sua Regina, non riusciva a nascondere il disprezzo che provava in quel momento, il profondo odio per le parole appena proferite da quelle labbra secche e morenti. Teneva il capo basso il Comandante delle guardie, perché per quanto odiasse quella donna profondamente, conservava sempre una forma di rispetto, ma non per lei, per Rickard e per i suoi figli. Decise dunque di restare ad ascoltare e resistere alla pulsione di uscire da quella porta, chiudendosela alle spalle.



    “Sai certamente che avevo una sorella, non è un mistero, viveva con noi alla torre, ma era malata, la sua mente non le permetteva di vivere a contatto con altre persone, arrivava a picchiare le ancelle, ad urlare ai Lord in visita e tante altre cose. Dovemmo rinchiuderla nella stanza della torre più alta, in modo che nessuno potesse sentirla nei propri deliri.” Singhiozzò la regina, ma Drako non provò alcuna pena per lei e restò in silenzio senza alcun cenno di conforto nei suoi riguardi Mi recavo nelle sue stanze ogni giorno, le portavo i piatti più prelibati, le donavo abiti, gioielli, libri, avrei fatto qualunque cosa per alleviare le sue pene. Non servì a nulla, presto cominciò a dimostrare aggressività anche nei miei confronti e quando mi accorsi di attendere il mio primo figlio, pensai unicamente a salvaguardare la mia gravidanza e le visite si fecero sempre più rare” Drako conosceva la storia di Christabel, sorella minore di Margarete, e la storia che portava il suo nome, la follia, le urla e la sua morte avvenuta circa venticinque anni prima, c’è sempre stato un alone oscuro attorno alla figura di quella donna, molti pensavano che il suo spirito si aggirasse ancora in quelle mura.
    Un giorno, mentre ero sull’uscio della sua stanza, Christabel era intenta a dipingere, adorava farlo, sembrava più tranquilla nel disegnare qui volti… notai che la sua pancia era gonfia, un gonfiore simile a quello che avevo io, quello era il ventre di donna gravida, ma era totalmente impossibile, nessun uomo aveva accesso a quelle stanze.



    Così chiamai i medici e la feci visitare, incredibilmente aspettava un bambino anche lei e si rifiutava di dire di chi fosse. A nulla valsero i miei tentativi di farla parlare, possedeva uno scudo mentale ed il mio stesso charme, se non più forte, presto mi convinsi di non voler più sapere chi fosse l’abominio che aveva approfittato dello stato di mia sorella, anche perché divenne sempre più calma, quel bambino la stava forse guarendo e tutto sommato cominciai a pensare che quel dono fosse voluto dagli dei benevoli.


    Ricominciai a frequentare le sue stanze con maggior assiduità ed ero felice del rapporto che stavamo ricostruendo.




    Christabel uscì persino da quella torre, aveva ancora molto timore di uscire dal castello, ma non disdegnava qualche passo per i corridoi e le mie stanze private, ancora non si sentiva a proprio agio tra la folla. Progettavamo di far crescere i nostri figli insieme, lei avrebbe ripreso la vita normale, forse… ancor meglio che del passato.



    Era inverno, ricordo bene la neve che cominciava a ricoprire tutto con il suo manto spesso, per una strega agli ultimi tempi della gravidanza quello è periodo di forte ansia, la notte del primo dell’anno era vicina ed il terrore per me e mia sorella di dare alla luce i bambini proprio nel giorno di Raiden era una costante, anche ero certa che le mie fossero paure infondate, le probabilità che mio figlio venisse sacrificato erano minime, io e mia sorella non eravamo di certo le uniche donne ad attendere un figlio in quel periodo.



    Eppure… quella notte giunse e tutte le mie paure si manifestarono nuovamente con i dolori delle doglie. Mi disperai, piansi nel tentativo di sedare quel bambino che voleva nascere, sembrava che non vedesse l’ora di venir al mondo proprio nel giorno in cui me lo avrebbero portato via. Ero nel mio letto, Rickard era in missione, ma fortunatamente lo avvisarono e stava tornando da me di corsa.



    Mancava meno di un’ora al giorno nuovo, mi avrebbero portato via mio figlio se fosse nato per primo, Tywin mi avrebbe osservata come se fossi stata la genitrice di un demone, un privilegio a suo dire, era uno stregone, lo sapevamo per certo, un Gran Maestro poteva avvertire con certezza la presenza di un esponente della propria razza anche se non era ancora nato. Un urlo… le nutrici slittarono con i loro sguardi da me a Christabel, aveva urlato, si era piegata, inginocchiata in terra al letto ed a stento riuscivo a vedere il suo capo chino. Tremava e continuava ad urlare “Aiutatela”



    alzai la voce impartendo l’ordine alle due donne che aiutarono mia sorella ad alzarsi “Fatela stendere accanto a me” così fecero: io e Christabel eravamo entrambe preda degli spasmi, entrambe ormai consapevoli che saremmo diventate madri nel giorno di Raiden. Ci stringemmo la mano, ci guardammo per farci forza a vicenda, ormai era sempre più probabile che il primo venuto al mondo dei bambini, avrebbe lasciato presto le braccia della propria madre e morii dentro con il desiderio che quel bambino fosse mio nipote.




    Una nutrice si occupava di me e l’altra di Christabel, urlai e le urla di entrambe si mischiarono, fino a quando il dolore svanì…

  6. #66
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story



    “E’ maschio” la donna teneva tra le braccia mio figlio, era nato per primo. “Fatemelo vedere” dissi con le lacrime agli occhi, lacrime di dolore, miste al sangue.

    “Non respira…”
    la nutrice lo voltò e provò a fargli prendere aria, fece pressione sulla schiena, sul suo piccolo petto, sulla pancia, mio figlio era nato privo di vita ed in quello stesso istante sentii la morte strapparmi le carni da ogni singolo pezzo del mio corpo. Urlai ed urlai ancora presa dalla disperazione, urlai così tanto che non mi accorsi che anche il figlio di Christabel era nato, respirava, era in forze con gli occhi grandi che si affacciavano già al mondo.



    Non so esattamente cosa provai in quel momento, se rabbia, gelosia o disperazione, mi voltai verso Christabel con gli occhi gonfi e pieni di lacrime



    ma lei non incrociò i miei occhi, il suo viso era fermo rivolto verso l’alto, le palpebre chiuse e senza respiro. Se n’era andata… mia sorella se n’era andata assieme a mio figlio e come se non ci fosse limite al peggio, l’aura di Tywin si palesò non lontano da noi. Lo sentii avvicinarsi e mai come in quel momento, forse l’unico in realtà, ebbi paura del Lord dell’Adamantem.



    Strinsi mio figlio tra le braccia, aveva gli occhi chiusi, non saprò mai di che colore fossero e ciò che feci fu istintivo, quasi innaturale per certi versi. Scambiai i bambini sotto gli occhi delle nutrici, le guardai con rabbia e disperazione, con i singhiozzi che si facevano sempre più forti. Strinsi tra le braccia mio nipote, strinsi Lantis per la prima volta e mi ripromisi che sarebbe cresciuto come se fosse mio, lo avrei sempre protetto a costo di tutto.



    Quando Tywin entrò nella stanza non alzai neanche il capo, non gli rivolsi alcuna attenzione, nessuna parola, sapevo che avrebbe preso mio figlio, lui sapeva qual era l’anima da mietere e come se non bastasse, quando prese il bambino dalle braccia di mia sorella, lo sentii ridere “Sono poche le madri che vengono scelte da Raiden per accompagnare i propri figli. Era una donna fortunata”


    Cercai di sopprimere la rabbia che cominciò a palesarsi in scariche elettriche attorno a me, ma la paura di far male al bambino era più forte. Lo lasciai andare, non guardai, rimasi con gli occhi sul viso di Lantis, così piccolo e con già due anime a gravare sulla sua.




    Ordinai alle nutrici di avvicinarsi a me e le ammaliai una ad una, il bambino che avevo tra le braccia era il legittimo erede di Dohaeris, figlio di Rickard Raeghar e mio, il piccolo di mia sorella era nato per primo ed accolto nel regno di Raiden attraverso il pugnale del Gran Maestro. Quando Rickard tornò aveva gli occhi grandi e colmi di lacrime, felice come non lo era mai stato, triste per la dipartita di sua cognata, ma finalmente un uomo completo con un figlio suo da crescere.


    “Non gli ho mai detto la verità, e’ convinto che Lantis suo figlio, perché lo è… lo abbiamo cresciuto noi, dal suo primo respiro” Pianse ancora la regina sotto gli occhi di Drako, il quale aveva la morte nel cuore “Dovevo togliermi questo peso dall’animo, ho bisogno di sapere che continuerai a proteggerli Drako …e te ne prego, fa che i miei figli non vengano mai a saperlo, proteggili, proteggili sempre, anche da questa verità, promettimelo Drako”
    ...

  7. #67
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story

    Scripta Manent






    La fiaccola trema nelle mani del figlio di Raiden, che ancora poco sa del suo destino e delle sue origini. Lantis scandisce lentamente le parole arcane nella sua mente, la trascrizione è antica forse più del Castello stesso, è impressa nella roccia in una lingua che nessuno parla più. Secoli fa, un mago di corte è riuscito a tradurla e l'ha lasciata ai posteri nei libri che i Raeghar si tramandano da generazioni. Re Rickard ne narrava come d'una fiaba, come di qualcosa che fosse fantasioso da tenere in considerazione, eppure Lantis ne è ossessionato, ammaliato. E' deciso nel mare oscuro in cui è sprofondata la sua anima, della pazzia che ormai acceca la sua mente. Il potere, la guerra, il dominio su Dohaeris, il trono su cui siede: non vuole perdere ciò che ritiene suo, Lantis del Fulmine Nero.




    Il buon Re lo aveva portato in quella stanza di cui solo i Grifoni sanno, era un bambino ma gli occhi già avidi di conoscenza. I piccoli passi di Lantis accanto al regale piede di Rickard avevano, quel giorno, varcato l'enorme arco che da molti decenni era rimasto al buio, solitario tra quelle rocce oscure che si stagliavano alte verso quelle che erano le fondamenta di Luna di Diamante. Due imponenti Grifoni come unici guardiani reggevano le lampade impolverate che il Grande Rickard accese con silenzioso rispetto.




    "Non calpestare il cerchio magico, è sacro" gli aveva detto quell'uomo che tanto ammirava, quell'uomo che credeva suo padre. Rickard gli narrò di quanti uomini avevano perso il senno su quel simbolo ancestrale, su quel misterioso triangolo racchiuso nel segno del tempo che ritorna. Lantis aveva letto ogni cosa su quel luogo, aveva cercato di carpirne il segreto, ma invano. Tutti avevano fallito, uno dopo l'altro s'erano dovuti arrendere all'ineffabile segreto che quel cerchio conteneva, che quella lastra di pietra bianca incisa dalla frase che, ormai, aveva stuzzicato la sua fantasia. E la sua ambizione.


  8. #68
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story




    Ora Lantis è Re di Dohaeris ed è un uomo adulto, ma il desiderio di interrogare quelle statue silenti non l'ha mai abbandonato. Osserva il piccolo altare al lato dell'incisione, lo guarda come vedesse già il disegno di ciò che si appresta a fare. Nella sue stanze scorre vino prelibato, le luci sono soffuse, la seta del letto è del colore del lusso, è rosso scuro come il sangue che guizza dalla carne.




    Le risa di una fanciulla provengono da quelle pareti foderate di raffinatezza, il giovane Re la guarda seduto su una poltrona di raso, con la casacca disciolta, con la follia che brilla negli occhi. Capelli di seta nera, snella e aggraziata, scelta tra mille e mille, seguendo l'interpretazione che egli è riuscito a dare alle scritture: è perfetta sotto ogni punto di vista. Lantis si rialza e l'accarezza, le si accosta con il passo dell'uomo che sa cosa vuole, le dedica parole gentili, lusinghiere. L'esca vicino la tagliola per catturare la volpe.


    Le vuole mostrare qualcosa di unico, di misterioso, le propone di perdersi nell'ebbrezza della lussuria in un luogo proibito, un luogo sacro, un luogo che pochi hanno visto. Scendono per le scale più fredde e buie, si giunge dinanzi alla Pietra dell'Iscrizione.


    La bacia, la spinge verso il cerchio ancestrale.


  9. #69
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story




    Celere come l'elemento che lo domina, Lantis estrae uno stiletto acuminato e la sgozza come si fa con gli agnelli sacrificali, con un colpo secco, freddo, senza emozione. Un sacrificio di sangue, questo ha compreso, questo il prezzo del potere. Il sangue caldo dell'ignara vittima lo investe come uno zampillo d'abominio, Lantis ne raccoglie in una coppa d'oro e ne beve avido, come il più succulento e pregiato dei vini. Nella follia che alberga la sua mente, questo è tutto necessario, questo era già scritto, questo è dettato dalla volontà degli Dei.


    "Cosa ti aspetti, ora?" riecheggia nella sala una voce maschile suadente, carnale. L'uomo, di scatto, si volta verso l'ingresso, senza scorgervi nessuno. Lascia cadere il corpo dell'inerme fanciulla sul cerchio, prova a bere altro sangue, prova a pronunciare le parole di quell'iscrizione. Nulla. Non accade nulla.


    In preda alla furia, esclama quelle parole ancora più forte, come se gli Dei fossero lontani. Ma loro sono vicini, molto vicini. Due bellissime ali nere si spiegano di fronte a lui, adombrando la Pietra dell'Iscrizione. Lantis, in ginocchio, alza il capo che quasi non si rende conto di cosa avviene, in preda al delirio per quella cocente delusione. In preda ai fantasmi che ormai abitano la sua mente. Raiden sorride come un demone, osservando con i suoi occhi di tempesta il giovane Re. "Cosa ti aspettavi che accadesse, Lantis?" domanda ancora retorico. "Cosa devo fare per attivare il cerchio magico?" chiede il Re con brama, come se nient'altro fosse importante.


    "Tanta è la tua sete di potere che non hai nemmeno paura del Dio dell'Abgruntis? Non sono qui per togliermi il divertimento" risponde malizioso il terribile Dio. "Ho riposto bene la mia scelta, stai rendendo tutto molto divertente... ci rivedremo all'Abgruntis, festeggeremo a dovere il tuo compleanno quest'anno... figlio mio" dice Raiden sparendo poi nel nulla. Lantis sgrana gli occhi, il cuore che pulsa selvaggio nel petto.


    Solo, in quell'enorme Castello, solo dentro la sua anima, con le mani e il viso lorde di sangue. "Che sia fatta la volontà di Raiden" mormora inquieto, per poi scoppiare a ridere forte. Ormai non ha più nessuna luce per cui lottare, nemmeno quella di sua madre che ha cercato d'ammazzare la donna che ama, nemmeno quella di sua sorella che l'ha tradito e non è riuscito ad abbracciare, nemmeno quella di Reneè che è fuggita via lontano, nemmeno quella di Drako che era il suo migliore amico e che lui ha condannato a morte. Ormai, le tenebre regnano.

    Foto di Eclisse84

  10. #70
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    Re: [Deus ex Machina GDR] Story

    IL FULMINE NERO E LA TERRA

    Le braccia incrociate, in piedi, con il mento verso l'alto ad osservare l'imponente statua dell'Occhio dei Saggi, nella Valle in cui il tempo non lascia traccia: Efrem Targaryus attende il suo acerrimo nemico battendo il piede sulla terra brulla.


    Il piano che si stende nella sua mente è assai rischioso, ma sa che deve osare. E' il capo dei ribelli, il motto della sua famiglia parla chiaro: "Fiat iustitia et pereat mundus". "Sia fatta giustizia e perisca anche il mondo". Per la giustizia che Efrem brama non gli importa di null'altro che del suo obiettivo, l'onore lo lascia agli ipocriti, la bontà agli smidollati. Ha distrutto ogni legge degli Dei e degli uomini pur di trovarsi al punto in cui è, sta mettendo a repentaglio la sua stessa vita indossando l'anello di Zedret, ha ucciso la Gran Maestra Elfa per questo, ma non gli importa. Dohaeris e il regno libero che verrà: solo questo il suo sogno, solo questo conta ai suoi occhi. E' disposto ad accordarsi con Raiden stesso pur di ottenere ciò che brama, pur di saziare la sua sete di giustizia.


    Con passo pesante, deciso ed imperioso, anche Lantis fa il suo ingresso nella notte della Valmorghulis. Una stella soltanto brilla in questo buio eterno, tra due nemici diversi come sono diversi il caldo e il freddo, eppur illuminati dalla stessa luce: il tradimento.


    L'ultima battaglia di Adamantem è iniziata, la tensione è palpabile nell'aria. Lantis ha studiato le sue strategie, sa quali pedine mettere in campo. Pedine per riaffermare il suo potere, per mettere le briglie al popolo di Dohaeris, per essere un Re fuori dall'ombra di Rickard, per essere il degno di figlio di un dio. L'incertezza lo rende inquieto, guarda con estrema serietà il capo dei ribelli, come per indovinare le sue intenzioni. "I tuoi boccoli diventano sempre più morbidi e lucenti" dice sfrontato Efrem, con un ghigno dipinto sul viso.


    Lantis lo fissa inespressivo, forse lievemente seccato. "Non ho tempo da perdere con te, Targaryus" replica secco il Re, senza scomporsi.


    "Nemmeno per... Reneè?" ribatte il ribelle, sapendo bene di provocare nell'altro una reazione.


 

 
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