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Discussione: Dimentica i papaveri

  1. #11
    L'avatar di mary24781
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    Re: Dimentica i papaveri

    Oh cavolo, chissà cosa sarà successo ad Emilio per portarlo ad un gesto così estremo... scrivi davvero benissimo, è tutto scorrevole e piacevole, anche i dialoghi sono impostati molto bene. Bravo :'D

  2. #12
    sim esperto L'avatar di ComandantePerla
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    Re: Dimentica i papaveri

    ciao Falcon,
    Ho scoperto oggi il diario e l'ho letto in un fiato. E' davvero bellissimo, scrivi in modo molto suggestivo e riesci benissimo ad evocare il mistero che circonda la vita di Hari......mistero che non vedo l'ora di scoprire e che forse ha qualcosa a che vedere con la statua del dinosauro......
    Chissà......spero comunque di scoprirlo presto!
    Complimenti di cuore e aggiorna prestissimo!






  3. #13
    sim § L'avatar di Falcon
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    Re: Dimentica i papaveri

    Wow, non so veramente come ringraziarvi, anche se penso che il miglior ringraziamento sia continuare il racconto Veramente, grazie per il supporto. Aggiornerò quanto prima

  4. #14
    sim § L'avatar di Falcon
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    Re: Dimentica i papaveri

    Salve a tutti! Scusate se scrivo con così tanto ritardo, ma gli impegni universitari sono tosti. Beh, scrivo per dirvi di non preoccuparvi: non ho abbandonato il diario, e se mi prendo il tempo è perché voglio mantenere alto il livello di narrazione. Dopo le cattive notizie però, la buona: il secondo capitolo è quasi terminato, ed uscirà martedì. Quindi, pazientate ancora un po, ne varrà la pena

  5. #15
    sim § L'avatar di Falcon
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    Vicino alla riva

    - Quando il pesce è vicino a riva devi stare attento, perché quello è il momento in cui è più facile rompere il filo.
    Il ragazzino non diede segno di aver ascoltato. Il ragazzo più grande, sospirando, gli si avvicinò all’orecchio sussurrando:
    - Hari, hai capito?
    - Sì, scusami – fu la sua risposta istintiva - stavo cercando di afferrare il concetto. Ma aspetta , come faccio a tirare forte senza far rompere il filo?
    - Tieni la frizione un po’ aperta in modo da non perdere il pesce se dovesse ripartire, e, quando è stanco, fallo entrare nel guadino.


    Hari annuì sorridendo.

    Con l’aiuto di Emilio, sarebbe finalmente riuscito a catturare i grandi pesci che popolavano il fiume, e non accontentarsi di quei piccoli lucci di acqua dolce che prendeva ogni volta. Gli capitava spesso di andare a pescare con gli altri bambini, e a volte aveva saputo dimostrare la sua relativa bravura con i suoi compagni scout, ma quando era con Emilio, le cose cambiavano completamente. Aveva conosciuto Emilio quando il giovane, da Venture Scout, aveva prestato servizio come staff di supporto nel reparto di Hari, e poco dopo scoprì che era anche il fratello maggiore di Hope, la sua “fidanzata”. Eppure, nonostante fosse un capo, e il fratello maggiore di Hope, quando stava solo con lui, si sentiva inspiegabilmente a suo agio. Si sentiva compreso, e sapeva che poteva parlare con lui di qualsiasi cosa che gli passasse per la mente. Così un giorno, Hari gli chiese di accompagnarlo a pescare, e da allora, Emilio, quando poteva, lo accompagnava fuori città, in un’ansa tranquilla del fiume, e lì lo aiutava durante le sue prove di pesca.
    La lenza ad un certo punto si tese. Un enorme sorriso apparve sul viso di Hari.
    - Ho preso qualcosa, ho preso qualcosa! – gridò, in preda all’emozione.
    - Resta calmo, ricordati cosa ti ho detto! – disse Emilio, avvicinandosi alla lenza, per osservare cosa avrebbe fatto Hari.
    La lenza era molto tesa, e il piccolo mise tutta la forza che aveva nelle sue piccole braccia per avvolgerla. Arrivò fino alla riva, e in cuor suo il giovane sperò che il bambino si ricordasse il consiglio dato qualche minuto prima, ma nel momento di massima tensione, Hari continuò a tirare. Il rumore della lenza che si spezzava chiuse quel tentativo di presa. Hari rimase per qualche istante pietrificato, tenendo salde le mani sul manico della canna da pesca. Emilio gli poggiò una mano sulla spalla, e gli disse di riporre l’attrezzatura. Per quel giorno avevano finito.


    Mentre riponeva gli ami e la lenza dentro la piccola scatola che portava con se, Hari notò come Emilio si fosse seduto sull’erba, e si fosse messo a fissare con fare attento la superficie calma dell’acqua. Gli si avvicinò, e gli chiese:

    - Cosa stai pensando?
    Il ragazzo si riprese dal momento e si alzò in piedi.
    - Nulla – rispose – pensavo al fatto che fra un anno dovrei diventare un capo a tutti gli effetti, e devo decidere cosa fare.
    Hari sorrise ancora una volta
    - No, non diventerò un capo.
    Una riga di tristezza fece capolino sul volto di Hari.
    - Perché?
    Emilio guardò negli occhi il ragazzino, cercando di trovare delle parole giuste e facilmente comprensibili. Dopo qualche istante di silenzio, iniziò a parlare.
    - Hari, purtroppo arriva un momento in cui devi fare delle scelte. Fra un po’ finirò il liceo, e dovrò decidere cosa fare del resto della mia vita, e purtroppo, qui a Placidity non avrei un futuro.
    - Perché non avresti un futuro?
    - Potrei restare e lavorare nell’officina di mio padre, ma sarebbe un’esistenza monotona e priva di qualsiasi aspirazione. Io voglio vivere l’avventura Hari. Voglio girare per gli states, vedere posti nuovi, incontrare gente nuova, e magari un giorno, mentre sto girando per l’America, trovare un lavoro che mi piace e coglierlo al volo.
    - Non è rischioso?
    - Certo che si, ma c’è ancora spazio per giovani avventurieri come me al mondo. E poi...
    Prima di completare la frase si fermò un istante. Fissò a lungo il bambino, mettendo una mano sopra il mento, con fare pensoso. Avrebbe capito cosa avrebbe detto?
    ...e poi io credo che finché possiamo, dobbiamo costruire i nostri ricordi affinché siano ricordi meravigliosi.
    Detto ciò, Emilio si girò per andarsene, ma prima di arrivare in strada, si voltò verso Hari e disse:
    - Ricordati sempre Hari, qualsiasi sentiero tu scelga...mantieni sempre la bussola.
    Hari non capì l’ultima frase. Cosa voleva dire?

    ***

    Il cimitero era stranamente deserto quel pomeriggio. Il giorno dopo aver appreso la notizia Hari aveva provato a chiedere di più alla madre, ma lei non sapeva più di quanto gli avesse già detto, o forse, era a conoscenza del perché, ma non voleva dirlo. Ora lui si trovava lì, nel tardo pomeriggio, mentre il buio stava prendendo il sopravvento sopra la terra, e gli ultimi raggi solari lottavano per donare ultimi istanti di luce alla città.
    Quando varcò il cancello, il giovane fu invaso dai ricordi. Nella sua mente riaffiorarono il suono dei cipressi scossi del vento, l’odore allo stesso tempo fresco ed acre della vegetazione, e l’irreale quiete di quel posto. La madre di Hari gli aveva indicato il punto in cui Emilio era stato sepolto; fu facile trovarlo.


    La sua tomba era lì, dinanzi ad Hari. Era una lapide semplice, senza fronzoli o inutili accessori. C’erano solo dei bellissimi fiori arancioni a riempire lo spazio sotto il quale stava la salma.
    Hari si fermò davanti ad essa. Mille pensieri gli circolavano intorno. Cosa doveva fare in quel momento? Pregare? Piangere? Restare lì, in piedi, ed osservare la foto con il viso dell’amico che lo aveva aiutato? Non c’era nessuno oltre a lui, avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, eppure, si sentiva bloccato. Quella lapide era come un muro contro la sua coscienza stava violentemente sbattendo, e non si era ancora ripreso. Stava ancora pensando a ciò, quando sentì dei passi provenienti dalle sue spalle.
    Una voce lo ridestò.
    - Hari?
    Il giovane si girò, e vide chi lo aveva chiamato. In un primo momento non riconobbe il viso, ma pochi istanti dopo il volto gli divenne familiare. Allora sorrise, e con un filo di voce rispose:


    - Ciao Hope.
    I due si buttarono l’uno contro l’altro abbracciandosi. Il respiro della ragazza ere intenso, mentre Hari la stringeva fra le braccia.
    - Quando sei arrivato? – chiese, allontanandosi da lui.
    - Appena arrivato. Ieri pomeriggio la corriera ha raggiunto finalmente la città.
    Ancora una volta Hari si trovò in difficoltà. Cosa avrebbe dovuto fare in quel momento? Le avrebbe dovuto fare le condoglianze, prendendo l’iniziativa, o aspettare che fosse lei a dire qualcosa? Fortunatamente, fu Hope a toglierlo da questa situazione.
    - Hai salutato Emilio?
    Hari si girò un istante per dare un’occhiata alla lapide. Poi rispose
    - Sì. Ieri ho saputo. Mi dispiace Hope.
    Uno strano silenzio calò fra i due. Hari abbassò lo sguardo, aspettando che fosse Hope a dire qualcosa, anche perché non poteva dire altro.
    - Ti va di venire a casa per un caffè?
    Così, Hari si ritrovò sul sedile passeggeri logoro e consumato di una vecchia auto. La stessa auto che lo veniva a prendere quando lui era un ragazzino con la passione per la pesca, ed il fratello maggiore della sua migliore amica era diventato il suo maestro. Nel tragitto verso la casa dell’amica, ripensò a quanto volte si era seduto in quello stesso posto. La situazione era parecchio singolare. E triste.
    La macchina si fermò davanti alla casa di Hope. Hari e la famiglia della giovane erano vicini di casa. Eppure non aveva minimamente pensato di bussare alla sua porta prima di andare al cimitero. Forse voleva sfuggire ancora una volta al confronto. Forse decidere di visitare prima Emilio era solo un modo per restare qualche istante sganciato dalla realtà di Placidity. Una realtà che ora era di fronte a lui. Ed anche alla sua sinistra. La ragazza scese, e i due entrarono nella casa. Anche gli interni erano rimasti identici a come se li ricordava. Solamente, tutto era più buio. Le luci, per quanto accese, non illuminavano abbastanza le stanze, lasciando l’ambiente in una strana atmosfera.
    Senza dire una parola, Hope si diresse in cucina, e accese la macchina per il caffè.
    - Io lo prendo forte. Tu come lo preferisci?
    La domanda arrivò brusca. Leggermente confuso, Hari balbettò qualcosa. Dopo aver emesso qualche suono indecifrabile, fece un lieve colpo di tosse e rispose.
    - Lo stesso.
    Hope mise in azione la macchina. Premette le cialde dentro il loro alloggio e versò l’acqua. La macchina iniziò a tostare. Mentre il caffè stava venendo su, Hope si appoggiò alla parete, con lo sguardo basso.


    - Allora, cosa mi racconti?
    - Cosa vuoi che ti racconti?
    - Qualsiasi cosa. Non sei diventato un super giornalista a Boston?
    Hari si strinse un labbro con i denti.
    - No.
    - E cosa è successo?
    - Non è andato bene nulla, ecco cosa è successo. Sono stato espulso. Non diventerò un giornalista.
    - Espulso? Che cosa hai combinato? Ti sei fumato uno spinello a lezione?
    - Lascia perdere, preferirei non parlarne.
    - Seriamente, cosa hai fatto?
    - Ti ho detto di lasciare stare.
    - Lasciare stare cosa? Mi hai appena detto che non diventerai giornalista e pensi che io possa stare zitta....
    - Non ne voglio parlare! – urlò.
    Non si rese conto immediatamente di quello che era successo, ma Hope glie lo fece capire un istante dopo.
    - Non vuoi parlare?! Chi credi di essere? Hai abbandonato la tua città, la tua famiglia, tutti! Poi all’improvviso spunti dal nulla, e non ti degni nemmeno di una risposta!
    - Cosa significa ho abbandonato tutti?
    - Cosa significa? La tomba l’hai vista, stronzo? L’hai vista? Lì dentro è sepolto mio fratello! E’ sepolto Emilio, maledizione, ma te sembra che non te ne freghi niente, come non te ne è mai fregato dieci anni fa!
    Hari iniziò ad arrabbiarsi. Serrò le dita del pugno, e iniziò ad avvicinarsi alla ragazza.
    - Cosa ne sai tu di quello che mi interessa o no? Cosa diavolo centra Emilio in tutto questo?!


    - Te lo devo spiegare? Vediamo un po’: per prima cosa sei sparito per dieci anni. Non una telefonata, non un messaggio, non una visita alla casa dei tuoi genitori. Questa città e tutte le persone che hai incontrato nella tua vita sono semplicemente sparite per te. Mai esistite. In secondo luogo, non solo sei andato via senza lasciare tracce, ma sei anche arrivato senza che nessuno sapesse niente. E poi...
    La voce di Hope si strozzò improvvisamente.
    ...tu mi hai lasciato Hari. Tu ci hai lasciato. A me. Ad Emilio. Il processo non riguardava te. Perché saresti dovuto rimanere? No, no...Boston era troppo importante vero?
    - Smettila Hope, sai benissimo che quel processo non si sarebbe concluso con alcuna conseguenza negativa per tuo fratello.
    - A no? Ed il suicidio Hari? Quella non è una conseguenza negativa?
    - Come potevo pensare che tuo fratello sarebbe stato così stupido da uccidersi?
    Hope tirò uno schiaffo in piena faccia di Hari. Il giovane si portò la mano sulla guancia dolorante, guardando sorpreso la ragazza di fronte a lei.
    - Ho capito – disse, massaggiandosi la zona colpita – tieniti il caffè.
    Hari uscì dalla cucina. La porta di casa era davanti a lui. Avrebbe potuto uscire. Avrebbe potuto varcare quella soglia e sparire ancora una volta. Accettare il fatto che Hope non era più la ragazza che conosceva. Qualcosa però lo bloccò lì. Fissò per qualche istante l’uscio di casa. Si girò. Hope era dietro di lui, le lacrime agli occhi.
    - Tu non puoi capire Hari. Semplicemente non puoi...
    - Hope...mi dispiace.
    - Lui è morto due anni fa Hari. Non c’eri quando fu processato. E non c’eri quando lo seppellimmo. Tu non c’eri....
    - Hope...
    La ragazza aveva ragione. Era scappato. Aveva tagliato tutti i ponti con il suo passato. Non aveva ricevuto la notizia di Emilio, ma si era mai interessato a qualcuno di coloro che erano rimasti a Placidity? Si era mai interessato?
    - Hope...mi dispiace. Io...stavo solo fuggendo da questo posto.
    La ragazza si buttò su di lui, piangendo. Lui la afferrò e la strinse a sé.


    - Ti prego, resta qui stanotte.
    Resta qui stanotte. Queste parole riecheggiarono per alcuni istanti nella mente di Hari. Guardò ancora una volta la porta. Poi guardò i capelli di lei. Prese la sua decisione.
    Ultima modifica di Falcon; 16th December 2015 alle 11:20

  6. #16
    GdR Master L'avatar di Eclisse84
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    Re: Dimentica i papaveri

    Ti rinnovo i miei complimenti per come scrivi e ti giuro che non è cosa da poco, ormai prediligono tutti la fotografia rispetto ad un testo come si deve. Sono veramente curiosa di cosa sia accaduto ad Hari, una espulsione non è cosa da poco certamente, ma sembra che lui stesso sia restio a provare a continuare sulla strada dl giornalismo, sarà qualcosa di molto personale che lo ha colpito nel profondo. Molto toccante la scena di Hope ed Hari, intuisco che ci sia stato del tenero tra i due ed il povero Emilio :'( sono molto curiosa anche per lui. Aspetto con ansia un tuo aggiornamento
    Se posso permettermi di darti un paio di consigli, ti conviene inserire il link con la musica di sottofondo all'inizio di ogni capitolo e non nell'indice, perchè potrebbero non farci caso e magari associare anche un titolo ad ogni aggiornamento ^^

  7. #17
    Super Moderatore L'avatar di polliciotta
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    Re: Dimentica i papaveri

    Oh
    Sto continuando piacevolmente la lettura di questo diario, il tuo modo di scrivere è "sognante", non so bene come spiegarlo ma mi fa quest'effetto.
    La storia è ancora all'inizio, ma prende.
    Vai col prossimo capitolo


  8. #18
    sim esperto L'avatar di martireterrestre
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    Re: Dimentica i papaveri

    Mi hai ufficialmente rapito.
    Continua presto!
    Clicca qui per entrare nel mio spazio ricordi!!
    La mia Sfida delle Sfide :
    Biondo da impazzire!

    La mia Sfida del Volere Popolare:
    Niente è nelle tue mani


  9. #19
    sim magnifico L'avatar di purple__ever
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    Re: Dimentica i papaveri

    Ciao Falcon! Ho letto il tuo diario tutto d'un fiato!
    Adoro come scrivi e le metafore che usi, riescono a esprimere tutta la "banalità" di questa cittadina dove niente sembra cambiare mai... Mi domando cosa sia successo a Boston e cosa abbia spinto Hari a tornare a casa. Di certo è vero che non si può sfuggire al proprio passato, soprattutto quando non si sono affrontati i propri conti in sospeso. Sono molto curiosa di sapere di più del rapporto di Hari con Hope e soprattutto con Emilio che, anche se morto, rimane una presenza importante, forse persino più degli altri personaggi.
    Aspetto il seguito!

  10. #20
    sim § L'avatar di Falcon
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    Una mattina al parco

    Una mattina al parco - Sountrack

    La mattina era soleggiata. Il cielo era plumbeo e sgombro da nubi. Era una perfetta giornata invernale. L’aria era fresca, ma il sole scaldava chiunque stesse sotto i suoi raggi, compresi Hari e Hope. I due erano seduti su una panchina del parco situato dietro al municipio. Intorno a loro alcune famiglie passavano il tempo con i propri bambini, ed altri giovani passavano il tempo prendendo il sole e giocando fra loro.





    Hari ripensò alla notte passata a casa di Hope. I due erano rimasti seduti l’uno accanto all’altra su un divano, in silenzio. Non c’era nulla da dirsi. Entrambi fissavano il vuoto, facendosi forza l’uno con l’altro, e cercando di rimuovere i fantasmi del passato e del presente. Si erano addormentati così, lasciando le luci soffuse della casa accese, e svegliandosi quando ormai il sole era alto. Dopo aver fatto colazione insieme si erano diretti al parco. Hope voleva parlargli.



    - Cosa è successo ad Emilio?
    Hari aprì le danze, sperando di non essere stato troppo brusco. La faccia della ragazza non sembrava voler dire ciò. Tenendo lo sguardo per terra iniziò a parlare.
    - Ti ricordi del processo vero?
    - Sì.
    - Anche se fu ovviamente assolto, la gente non mutò opinione su di lui. Fu stigmatizzato come un assassino di bambini. All’inizio ricevevamo solo telefonate anonime e lettere minatorie, ma poi ci furono parecchi episodi orribili. Emilio lavorava in officina con mio padre, perché nessun altro datore di lavoro voleva dargli lavoro, e ogni tanto l’officina subiva atti vandalici. C’erano scritte orribili sui muri, macchinari rotti. Alla fine mio padre trasferì l’officina in un’altra città, ed anche Emilio si trasferì, ma la pressione era troppo alta. Ogni volta che tornava in città, per fare qualsiasi cosa, veniva insultato. Non poteva andare da nessuna parte senza che qualcuno lo fermasse per dirgli quanto fosse una feccia umana. Due anni fa ci fu la goccia che fece traboccare il vaso. Quattro figli di puttana lo circondarono e lo pestarono quasi a sangue. La polizia intervenne giusto in tempo per evitare il peggio ma...
    Gli occhi di lei erano diventati umidi e rossi. Hari le poggiò una mano sulla spalla, e sussurrò
    - Se non te la senti possiamo fare un’altra volta.
    - No! – rispose ferma Hope – devi sapere.
    - Emilio capì che era finita. Tutte le università più prestigiose, i lavori più retribuiti, tutto ciò che gli avrebbe potuto permettere di avere una vita dignitosa ormai era fuori dalla sua portata. Così ha preso un corda, e si è impiccato nella sua camera.
    Queste parole furono pesanti come un macigno per Hari. Nel’esatto momento in cui pronunciava quella frase, la sua mente immaginava quel momento: un Emilio adolescente, l’unico ricordo preciso che aveva di lui, che saliva sopra una sedia in una stanza in penombra. Nella sua proiezione mentale la corda era già lì. Il ragazzo infilava il collo dentro al cappio e dava un calcio alla sedia. Quanto avrà sofferto in quegli istanti prima di morire?
    - Quando lo hai scoperto?
    - Ero fuori città con delle amiche. Eravamo nel bar di una libreria quando mi arrivò una chiamata di mia madre, e lei mi disse quello che era successo. Ricordo solo che in quel momento, il mio cervello staccò la spina. La realtà era diventata priva di qualsiasi senso. Le mie amiche ridevano per una battuta che aveva fatto una di loro, la gente intorno a me faceva parecchio rumore, eppure io non sentivo più niente. C’era come una bolla, capisci, io ero la suo interno ed osservavo il mondo esterno. Dopo aver chiuso il telefono mi allontanai senza dire niente, mi chiusi in un bagno e iniziai a piangere.
    - Mi volevi dire solo questo?
    - A dire il vero no. Non solo.
    Hope divenne improvvisamente più cupa.
    - Tutto quello che è successo alla mia famiglia, tutto ciò che è successo a me e ad Emilio sono stati causati da una sola cosa: l’omicidio di Henry Taft.

    Un altro ricordo riaffiorò nelle mente di Hari; Henry Taft. Quel bambino era rimasto sepolto nelle sue memorie fino a quel momento, per un buon motivo. Aveva solo dieci anni quando vide per la prima volta la morte, e la vide nella forma del cadavere di un bambino. Erano compagni di scuola, fino a quando il suo corpo non venne ripescato dal fiume.

    - Perché pensi che sia stata la morte di Henry a provocare quella di tuo fratello?
    - Non è stato lui ovviamente...come potrebbe averlo fatto da morto? Intendo che Emilio ha subito tutto ciò perché è stato incolpato di qualcosa che non aveva fatto.
    - E’ un ragionamento corretto. Ma perché stiamo parlando di Henry?
    - Hari...
    Hope iniziò a guardare intensamente negli occhi il ragazzo, preparandosi a chiedere qualcosa di molto più impegnativo del semplice ascoltare il suo sfogo.
    - ...io voglio scoprire chi ha ucciso quel bambino.

    Un brivido corse lungo la schiena di Hari.

    - Perché?
    - Perché chiunque sia stato non si è fatto avanti quando un innocente è stato accusato al suo posto. Emilio è morto per colpa sua.
    - Fammi capire, stai dicendo che ora vuoi scoprire la verità di un caso che non è stato risolto nel giro di tredici anni?


    - Credi che io stia scherzando?
    - No, ma è...difficile...se non ci è riuscita la polizia tredici anni fa quante speranze abbiamo noi oggi?
    - E’ per questo che ho bisogno del tuo aiuto.
    Dopo aver sentito queste parole, il silenzio calò per qualche istante fra i due. Hari era rimasto scosso dalla richiesta.
    - Come credi che io possa aiutarti?
    - Ti ricordi di George White? E’ diventato direttore del giornale locale, e riceve sussidi dal governo per pagare i suoi collaboratori. Potresti presentarti al giornale e chiedere di lavorare per lui.
    Hari si portò una mano sulla fronte, confuso
    - Io...io...non lo so Hope. Cioè, ti rendi conto che è una cosa quasi impossibile?
    Hope per la prima volta si alzò, sbuffando.
    - Hari, la scelta è solo tua. Emilio è morto perché accusato ingiustamente di qualcosa che non aveva commesso, e l’assassino è ancora a piede libero. Noi due siamo gli unici che tengono ancora a qualcosa in questa città. Se non vuoi farlo per vendetta ti capisco, ma ti sto chiedendo di indagare sulla morte di un bambino che non ha avuto giustizia. Se non vuoi farlo nemmeno per quello, non ho altro da dirti. Aspetterò una tua risposta.
    E detto ciò, si allontanò. Hari rimase solo nel parco, ad osservare la vita scorrergli intorno. Nuvole silenziose si spostavano velocemente in cielo, mentre l’inverno stava lentamente lasciando spazio alla primavera. Hari si sentiva oppresso. Lui non voleva ritornare nel passato. Il passato era troppo doloroso, lui era fuggito da lì. Eppure, tutto in quella città, non faceva altro che tentare di riportarlo a quella dimensione di sé che aveva deciso di confinare in un angolo remoto ed inaccessibile della sua mente. Avrebbe potuto rifiutarlo. Ma Hope rappresentava la sua unica ancora di salvezza in quel mare di ricordi. Doveva decidere: era disposto a credere in Hope? Era disposto a restare al suo fianco anche questa volta?

 

 
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